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giovedì 3 marzo 2011

Racconto: Una moglie devota (di Marco Negri)

Il racconto di oggi si intitola Una moglie devota, scritto da Marco Negri. 
Per introdurci in un mondo fuori prospettiva Marco usa un narratore onnisciente che potrebbe sembrare esterno alla storia ma che è in realtà un personaggio attivo (che immagina oppure osserva in prima persona ciò che accade). Gli inganni della prospettiva sembrano continuare con le "inquadrature" dall'alto che vengono offerte in più occasioni, fino ad arrivare alla scena finale dove ogni cosa torna, seppur rovesciata, al suo posto. Un buon ritmo di scrittura e qualche guizzo stilistico trasformano infine un'idea non proprio innovativa in un racconto che si dimostra di buona qualità e di cui consiglio sicuramente la lettura.
Donna in rosso di Emilia Wolkiewicz



Una moglie devota

«Dove sei?» chiede Giorgio. Ascolta la risposta poi appende.
Mentre appoggia il telefono, forse incrocia lo sguardo della moglie che esce dalla doccia, coi capelli arruffati e la luce del tardo pomeriggio riflessa sulla pelle umida e tesa. Lei lo fissa confusa, col disegno leggero delle labbra fini dischiuso a indicare un vago stupore, e una domanda sospesa tra i denti bianchi: “Che diavolo ci fa già qui?”
Poi l’occhio le cade tra le lenzuola del letto sfatto e sconvolto, passa alla bottiglia di vino ormai vuota che riposa sdraiata sul pavimento, e si inchioda sulla scatola di Viagra abbandonata sul comodino.
E suo marito, Giorgio, la fissa a sua volta. Anche lui fedele al silenzio.
Forse. Oppure esce e basta.
Comunque Laura prende il telefono e chiama quel numero.
«Orlando» attacca con una voce quasi divertita. «Ha capito! Sta venendo da te?» chiede ma riparte subito, spinta dall’emozione. «È tornato prima dall’ufficio» tentenna, poi si affretta ad aggiungere, «non so come mai. Sono uscita dalla doccia ed era lì, con il mio cellulare in mano. Ha trovato il tuo messaggio, credo, l’ha letto e ti ha chiamato, vero?» Un fruscio riempie la pausa tra la domanda e la risposta che non arriva: Laura si pettina i capelli.
«Chissà cosa ti dirà» continua. «Oh dannazione!»
Qualcosa nella stanza tocca terra.
«Orli, la spazzola, è finita sotto il letto, che palle. Ora mi chino a prenderla, peccato tu non sia qui…»
Giorgio, in quel momento sta scivolando giù dalle scale, scendendo i gradini con quel passo attento e preciso che aveva fin da bambino, quando passeggiava per ore con la madre, prima che lei lo lasciasse per un tumore al seno del tutto guaribile.
Se avesse lottato.
Col suo camminare da soldatino, compare dal portone del condominio ed esce. In strada, una mano alzata lo ferma. Giorgio blocca i piedi con un’espressione simile a gratitudine.
Elio Domenichini, detto Polemica, gli si ferma a pochi centimetri dalla faccia e subito inizia a parlare gesticolando in ogni direzione, sparando le braccia a destra e sinistra. Da tempo in guerra con l’assemblea condominiale, deve aver visto in Giorgio l’alleato ideale.
«Orla?» continua Laura recuperando la cornetta dopo essere riemersa da sotto il letto. «Perché l’abbiamo fatto?» Si perde in una bolla di silenzio, poi riprende. «In fondo noi eravamo la sua famiglia, no?» Pausa. «È che a lui stava bene» continua con la sua graziosa abitudine di rispondersi da sola. «Non si è mai opposto. Ma io comunque so il motivo.» Altra pausa. «Lo vuoi sapere?»
Giorgio incrocia le mani dietro la schiena mentre il Polemica indica con furia qualcosa per terra: tira su le braccia e le sbatte giù. Su e poi giù. Ogni gesto è accompagnato da un verso della bocca. La spalanca lasciando uscire chissà quale imprecazione. Parole idrofobe che non sembrano interessare Giorgio: osserva catatonico la scena, come di fronte a un intermezzo pubblicitario.
Un gruppo di passanti gli gira intorno; visti dall’alto sembrano un fiume in secca che avvolge un’isoletta di terra e sabbia. Sono tre coppie sulla sessantina, appena uscite dalla vicina sala da ballo. Tirati a festa, gli uomini abbracciano le rispettive compagne. Ridono.
Giorgio li segue con lo sguardo, passando da uno all’altro. Osserva anziani signori e magari prova invidia: rivede sua madre in ospedale, vent’anni prima. Sua madre che non sarebbe mai diventata vecchia, ma solo un pensiero fisso nella testa. Sua madre che poco prima di morire friggeva parole dicendo all’uomo che aveva sposato che ora lo lasciava libero. Libero di fare ciò che voleva, senza intralci. E lui che non negava ma solo le diceva: «Te la prendi troppo».
E Giorgio, quindici anni, nascosto fuori dalla porta, aveva forse imparato che il tradimento fa male se te la prendi troppo.
«Lui odia il sesso» dice Laura, mentre con la mano libera apre un qualche tipo di barattolo. «Sì, ci ho pensato parecchio. A letto con me non viene mai. In cinque anni forse tre o quattro volte. Se esco, non si preoccupa di sapere con chi, non lo sfiora nemmeno. Vuole solo che torni a casa la sera. Credo non gli vada di stare solo.» Si blocca un istante, forse a riflettere se questo dettaglio possa avere una qualche importanza. «Ma non mi sono data per vinta. In fondo è mio marito e l’idea che non voglia fare sesso con me non mi va giù. Più che altro mi sembra impossibile!» e si lascia andare in una risata stridula che suona ihihih. «Ho provato a scuoterlo in tutti i modi, sai?» prosegue. «Tornando a casa con reggiseni strappati (in questo c’entri tu), mazzi di rose (qua no, non sei così romantico), succhiotti, lividi e involucri di preservativi sparsi in ogni angolo della macchina. Niente, neanche una parola. E allora, per spronarlo, rimaneva un’ultima cosa da fare.»
Il Polemica lotta con la cerniera del giubbotto. Si agita, di sicuro sbraita. Infine riesce a liberare il cellulare e lo porta all’orecchio. Dopo qualche istante chiude la comunicazione e si congeda tra mille gesti sparsi a mezz’aria.
Giorgio lo osserva entrare nel palazzo. Indugia. Poi si anima e si accosta alla strada per attraversare.
Arrivato sull’altro lato si avvicina e…
«Orli ti vedo! Sei anche tu alla finestra.»
Alzo lo sguardo dal marciapiede e punto il palazzo di fronte: Laura è in perizoma, mi fissa e saltella sbracciandosi con la mano libera.
Il citofono suona.
«Devo andare, tesoro» dico. «È arrivato.»
Appoggio il cellulare, apro il portone al piano terra, poi resto in ascolto: il ronzio cigolante dell’ascensore che si ferma. Passi sul pianerottolo. La porta si schiude. Silenzio. Occhi sospesi nella stanza. Un sospiro.
Non resisto, parlo io. Un modo come un altro per liberare il cumulo acido che mi riempie lo stomaco. Mi gonfio d’aria. Cerco il tono giusto. Chiedo: «Agitato il vecchio Domenichini, eh?»
Giorgio mi fissa, quasi mi vedesse solo in quel momento. Lascia alcune parole senza fiato galleggiare appena fuori dalle labbra, poi risponde: «Già».
«Sempre in guerra con tutti?» continuo deciso a spingere il discorso lontano da me.
«Ci sono delle infiltrazioni d’acqua nella terrazza sopra casa sua, o così racconta» dice con mille pause tra una parola e l’altra, «e vorrebbe che fosse il condominio a pagare.»
«Perché se la prende con te?» domando e conto di sembrare protettivo col mio atteggiamento.
«Non se la prende con me, vuole un appoggio in assemblea.»
«In cambio di cosa?»
«Non lo so, non lo ascoltavo. Avevo altro per la testa.»
«Però, è un bel furbetto!» scivolo via dalla sua allusione e butto un po’ di ilarità nella frase, intanto mi verso un bicchiere d’acqua che non bevo. «Eh» continuo, «dopo una certa età si diventa tremendi.»
«Già» scuote le spalle. «C’è sempre qualcuno che cerca di fotterti» risponde secco Giorgio, liberando di nuovo il silenzio contro di me.
«Certo, poi da uno che chiamano Il Polemica cosa ti aspetti?» dico in fretta e provo a ridere, ci riesco in parte e in parte tossisco.
«Sapevi» prosegue alzando la voce spezzando in due le mie divagazioni nel nulla, «che la prima regola per un buon matrimonio è lasciare spazio al proprio partner?»
All’improvviso la mia loquacità evasiva è azzerata, ridotta a un niente silenzioso. Non capisco dove le sue parole vogliano arrivare. Non rispondo.
«Io sono sempre stato un fermo sostenitore di questa regola. E di spazi, a mia moglie, gliene ho sempre lasciati, perché sai» ora parla veloce, senza pause, «non c’è niente di più fastidioso che essere interrotti mentre si fa qualcosa di piacevole. Giusto o sbagliato che sia. Pertanto, a me piace pescare» apre un piccolo vuoto nel discorso che mi trascina nel nero scuro della confusione, «una passione come un’altra. La settimana scorsa ho conosciuto un collega, su in amministrazione, che ha una barca. Un motoscafo, niente di che, otto metri con una coppia di Mercury da ottanta cavalli. Ieri mi ha proposto di uscire prima dall’ufficio per fare un giro in mare.»
Sono in piedi, mi sento scomodo. Se mi sedessi sarebbe lo stesso.
«Però tu capisci» continua, «il traffico della città e la bella stagione invogliano ad andare in ufficio in moto, ma non potevo portarmi tutta l’attrezzatura da pesca nello zaino e allora lascio un biglietto sul comodino di mia moglie e le ricordo che alle quattro sarei passato a prendere le mie cose.» Mi fissa. «Non invadere gli spazi è una cosa importante.»
Cerco di pensare cose tristi e dolorose: un cervo abbattuto, il piccolo del cervo che annusa il corpo senza vita e ancora non capisce, incerto sulle zampe fragili, e in lontananza il ringhio dei cani è sempre più vicino. Mi chiedo se la mia espressione è abbastanza afflitta.
«Ma» continua Giorgio, «immagino che per il cervello di una donna qualche ora sia sufficiente per elaborare quello che si può definire un piano. O quella che, con notevole sforzo, potrei definire una specie di terapia.»
Ripesco un dettaglio dal vaneggiamento di Laura, poco prima al telefono. Abituato a non dar peso alle sue parole, non avevo intravisto nulla in quella semplice frase: ...rimaneva un’ultima cosa da fare.
E l’aveva fatta.
«Di fronte alla verità, anche il più viscido tra i meschini offre un minimo di onestà» aggiunge, poi tace.
Onestà, certo. Ma il più viscido tra i meschini l’onestà non può concederla così, senza filtri.
«Ti ricordi» dico con una nota rauca per il troppo silenzio, «quando facevi le gare di pesca? Quella volta che eri a letto con la febbre e avevo preso il tuo posto? Tua mamma non voleva, diceva che mi avrebbero squalificato. Invece nessuno si è accorto di niente e abbiamo vinto!»
«Già. Sei sempre stato molto protettivo. Quasi un fratello.»
In quel momento qualcosa cede. Dentro di me o fra di noi. Io passo le mani tra i capelli, privo di parole dietro le quali nascondermi.
Lui continua: «Come in terza liceo, quando un tale di quinta mi aveva preso a pugni per farsi bello davanti alla mia ragazza. Sei andato a prenderlo la sera stessa con i tuoi amici. Non è venuto a scuola per una settimana».
Aggrotto le sopracciglia. «Beh, eri gracile all’epoca e troppo timoroso. Vedevi in tutto una sfida più grande di te. Io sentivo il bisogno di intervenire per indicarti la strada.»
Giorgio annuisce piano con la testa. Il suo cellulare suona. Legge il numero. Mi guarda. «E me l’hai indicata» dice, poi risponde: «Sì, amore». Ascolta. «No, ora non posso.» Silenzio. «A dopo, piccola.»
Mentre abbassa il telefono seguo il suo sguardo: mi trascina oltre la stanza, fuori dalla finestra, fino al palazzo dall’altra parte della strada.
Socchiudo gli occhi e metto a fuoco Laura sul balcone, in topless sotto il sole con le braccia aperte. Le mani vuote: tra le dita solo aria.
«Sei bravo.»
La voce di Giorgio mi riporta dentro. Ma non è lui a parlare, solo ora me ne accorgo: è un’altra persona. Diversa. Evoluta. Cambiata.
Balbetto senza frasi utili da dire.
Il non più lui mi fissa divertito. Poi riprende: «Sei bravo a colmare le mie mancanze. Ma non è ora di finirla, papà?»


Biografia Marco Negri ha esordito nel gennaio 2008 con il romanzo giallo Il giorno del gabbiano (edizioni Il Filo), il cui seguito, In un punto morto, è arrivato finalista al premio letterario Giovane Holden 2010. Ha pubblicato alcuni racconti con Giulio Perrone editore e Delos Books, e collabora con il quotidiano on-line “Varese news”.
Il suo indirizzo email è: info@marconegri.info 

lunedì 31 gennaio 2011

Racconto: Non si maltrattano così le signore - di Sara Ferraglia

Non si maltrattano così le signore è  il racconto di Sara Ferraglia che inserisco oggi su Blogolonelbuio. Un racconto che definirei donna, divertente e scorrevole senza essere banale. Sara in queste poche righe ha ricreato una situazione da commedia capace di generare una buona empatia col lettore e strappare qua e là qualche sorriso, lasciando però lampeggiare allo stesso tempo un riflesso scuro attraverso lo specchio. Cosa sicuramente non da poco.  




Non si maltrattano così le signore

di Sara Ferraglia
(già pubblicato su Viadellebelledonne)

Mi sono accomodata sulla poltrona del parrucchiere. Poca gente, musica new-age e volume un po’ troppo alto.
“ Arrivo subito da te “ Luca, uno dei ragazzi che lavora lì, rigorosamente vestito tutto di nero, si affaccia dall’altra stanza per poi sparire di nuovo.
Rimango sola davanti ad uno specchio immenso e crudele.
Molti anni fa mi piaceva guardarmi, sciogliere i miei capelli neri, lunghi e lisci nell’attesa che arrivasse chi doveva prendersi cura di loro e poi spostarli tutti sulla spalla reclinando il capo, con un gesto lento, studiato, lezioso e guardarmi nello specchio, fissarmi negli occhi scuri, grandi e accesi. Accadeva molti anni fa. Ora lo specchio è crudele perché non mi concede nulla. Non ho più capelli neri da sciogliere, perché da qualche tempo li porto corti, con la scusa che meglio si adattano alla mia personalità; in realtà lo faccio perché sono pratici, li posso lavare ogni mattina sotto la doccia e con le sole mani in pochi minuti li posso acconciare. E poi il capello lungo ad una certa età fa “dietro trofeo, davanti museo”. E poi il capello lungo ha bisogno di cura e attenzioni che solo un parrucchiere può dare, altrimenti si spezzano, si formano le doppie punte…e poi, e poi, accidenti, chi se ne frega del perché ho i capelli corti! Sono tutte elucubrazioni mentali che vogliono solo esorcizzare il tempo e la paura di vedere riflesse in questo specchio le tracce che questo mostro ha lasciato sul viso, sul collo, sui capelli.
“ Eccomi. Ciao, come stai?” dice Luca che con un balzo è tornato dietro le mie spalle.
In realtà non gliene frega niente di come sto io e quindi freddamente rispondo:
“Ciao a te, cosa facciamo coi miei capelli?”
“Dimmi tu, cosa vuoi?”
Un’altra cosa che da un po' di anni faccio fatica ad accettare (credo più o meno da cinque anni o giù di lì ) è questa facilità che hanno i giovani di darti del tu. Una mia amica dice che a lei piace perché la fa sentire a suo agio, invece a me fa sentire fuori posto.
Mi tocco i capelli, li giro e li rigiro fra le dita e poi decido:
“Taglia. Un bel corto tutto sfilatino.”
Luca canticchia e prende da un cassetto una mantella nera così non mi si appiccicheranno tutti i capelli sui vestiti.
Sbandierando come un toreador mi avvolge in quella nuvola sintetica e chiude il tutto stringendo il laccetto di velcron sulla mia nuca.
A quel punto il mio collo subisce una rapida trasformazione e la pelle si raggrinza, si affloscia, si piega e io mi sento un visitor, un E-t appena sbarcato su madre terra!
“Scusami, ho forse stretto troppo?”
“ Un pochino!” gli rispondo col volto paonazzo.
Luca allenta il laccetto e il mio collo si distende di nuovo e torna alla normalità come pure il mio colorito e il ragazzo, sempre canticchiando inizia a tagliuzzare qui e là sulla mia testa.
Continuo a guardarmi nello specchio, che mi sembra sempre più grande e sono rigida come un baccalà, con tutti i muscoli del mio corpo in massima tensione.
Una volta, credo circa dieci anni fa o giù di lì, (incredibile come, ultimamente, mi venga naturale e urgente quantificare il tempo) mi capitava raramente di non sentirmi a mio agio in qualsiasi situazione mi trovassi mentre ora, ogni tanto, divento Dottor Jackil o Mr.Hide e subisco queste strane metamorfosi.
La porta a vetri del negozio si apre e insieme ad una folata di gelo entra qualcuno.
“Ciao caro, come stai? Hai tempo per me che ho un po’ fretta? Come mi trovi? “ la voce un po’svenevole precede di qualche istante l’immagine di una stupenda ragazza che ora si riflette nello specchio divenuto, per l’occasione, improvvisamente benevolo.
Mi chiedo come farà Luca a rispondere contemporaneamente a tre domande precise e a mettersi subito a sua disposizione poiché sta lavorando sulla mia testa.
Lui prima con quella strizzatine di velcron ha messo a disagio me e quindi ora aspetto di vedere il suo imbarazzo nel dovermi mollare su due piedi! Eh sì ragazzino, qui ti voglio!
“ Ciao bellissima, bene grazie e tu? Ma certo, sarò da te fra pochi minuti e ti trovo splendidamente in forma “ si gira verso la scala e chiama Anna, pregandola di venire subito a sostituirlo.
Mi sorride, si allontana camminando a ritroso e intanto mi dice:
“Scusa sai. Io qui ho finito e ti asciugherà Anna. Non ti dispiace vero? Grazie.”
Ecco come ha fatto. E se l’è cavata anche bene. Sarà grazie all’esperienza o sarà per quella massa di riccioli rossi e quella fila di denti bianchissimi che gli stanno davanti?
Non ho nemmeno il tempo di rispondere che lui è già sparito nella stanza accanto seguito da una fresca e svolazzante scia di profumo.
Torno a girarmi verso lo specchio, sempre più rigida, sempre più baccalà e intanto alle mie spalle arriva Anna, che, un po’ infastidita mi saluta con un secco “buongiorno” e una veloce strizzatina di velcron, così mi trasformo di nuovo, prima in E-T e subito dopo in Mr.Hide.
Sento il mio volto farsi di nuovo paonazzo e i battiti cardiaci accelerare come impazziti.
“ Senti ragazzina, allenta subito questo laccio che mi stai strangolando “- le dico con una voce quasi gutturale, che suona nuova anche alle mie orecchie – e poi corri di là e dì a Luca che gli devo parlare immediatamente, capito? Vai!”
Mi strappo via il mantello da toreador, mi alzo in piedi di scatto pregustandomi il momento di gloria che avrò quando mi troverò davanti quello stronzetto di Luca. Gliele canterò in rima, gli dirò quanto è stato maleducato e che non mi vedrà più nel suo negozio e gli dirò anche che mi dava tremendamente fastidio quando si rivolgeva a me con quel “tu” troppo facile e gli dirò che non è mai stato capace di mettermi a modo la mantellina sulle spalle! Oh, ma quante gliene dirò!
Luca arriva e io troneggio su di lui come una regina disadorna (citazione da uno dei miei autori preferiti) mani sui fianchi da brava “rezdora”, capelli dall’acconciatura spaziale e fumo che mi esce dalle narici come ai tori nell’arena.
“Dimmi, che problema hai?”
Mi da del tu e mi fa anche una domanda precisa: che problema ho.
Che problema ho?
Ne ho mille di problemi e non uno. Il più grosso è che ad una domanda precisa in una situazione di disagio, non mi viene mai la risposta che vorrei.
Qualche secondo di silenzio e poi…le braccia mi scivolano lungo i fianchi, i capelli mi si afflosciano e la mia statura immensa torna nella norma.
Con una vocina flebile e tremula che non mi appartiene per nulla, esattamente come non mi apparteneva quella roca di prima, dico :
“ Non si maltrattano così le signore”. Divento rossa come un papavero e penso…meno male che leggo molto e vedo molti film, così qualche volta mi vengono le risposte giuste al momento giusto!


Titolo Film NON SI MALTRATTANO COSI' LE SIGNORE
Anno 1968
Titolo originale NO WAY TO TREAT A LADY
Durata 107
Vietato 14
Origine USA
Colore C
Genere DRAMMATICO
Formato TECHNICOLOR
Tratto da ROMANZO DI WILLIAM GOLDMAN


Sara Ferraglia: Tutto ciò che è poesia mi appassiona, ma ogni tanto scrivo anche fiabe, racconti e filastrocche per l'infanzia. Scrivo su blog letterari ( Artemisia, VDBD, La Recherche )
Miei racconti sono stati pubblicati su Stampa Alternativa e Prospektiva. Sono stata finalista e vincitrice in numerosi concorsi nazionali con poesie, fiabe e racconti molti dei quali raccolti nel mio blog: sarapoesia.blogspot.com

La sua mail è sara.ferraglia@gmail.com

martedì 18 gennaio 2011

Racconto: Mussolini - di Valerio Varesi

Oggi inserisco un racconto inviatomi da Valerio Varesi che ringrazio davvero di cuore per la sua disponibilità. Si tratta a mio modesto avviso di una storia dall'intensità straordinaria (per non parlare di quanto alcune osservazioni siano in queste ore più attuali che mai).
Valerio non ha certo bisogno di presentazioni. Dovendo immaginare una classifica italiana credo sia il mio autore noir preferito, ed è per questo che sono particolarmente contento di essere riuscito a portare qui su Blogolonelbuio un suo contributo.
 


MUSSOLINI



Del fatto di Bocchi se ne parlava ancora dopo molti anni e ce n’erano più versioni che carte da gioco. Siccome tutti lo raccontavano alla loro maniera, in definitiva non ci si capiva più niente. Osvaldo che si era preso la colpa, uscito di galera se n’era andato nel modenese a lavorare alle ceramiche e nessuno l’aveva più visto. I suoi compagni non ne vollero mai sapere di parlare e anche loro si persero per strade differenti. Nemmeno si era più ucciso il maiale tutti assieme, visto che la cooperativa aveva messo su il macello ed era più comodo portare la bestia lì, pagare il fio, e ritirare poi la roba bell’e fatta. Ma ogni tanto qualcuno tirava fuori Bocchi anche per un semplice paragone. L’hanno infilzato come Bocchi… C’ha più buchi di Bocchi… Si faceva presto a tornare sull’argomento. Ci si scherzava e ormai si inventavano fole apposta. Ma una sera che Zurlini l’aveva sparata più grossa, era saltato su Ottorino e gli aveva fatto la ramanzina. Dopotutto, in quella storia, uno ci aveva rimesso la ghirba e in tanti si erano rovinati. Lui la conosceva bene perché suo zio era uno di quelli che c’erano e l’avevano anche chiamato a testimoniare al processo. Però la verità non si era saputa del tutto neanche lì perché c’entravano un mucchio di cose: la politica, le donne, vecchie rogne e i rancori che si tira dietro la guerra. Detto questo, Ottorino si era preso una pausa per buttare giù un altro bicchiere prima di stupire tutti dicendo: “La faccenda è cominciata quando hanno ucciso Mussolini”.

Qualcuno l’aveva mandato a cagare tra i tavoli del bar dell’Orietta. Mica potevano ricordare tutti Mussolini. I più vecchi, forse. Sta di fatto che Mussolini era il maiale nero più bello che avessero mai macellato in val Termina. Baldo l’aveva comprato alla fiera di San Rocco a fine estate, tirandolo fuori da una nidiata di dieci perché già da piccolo comandava su tutti. Quindi l’aveva lasciato arare col grugno in lungo e in largo il bosco di Villanuova che aveva sotto una spanna di ghianda e Mussolini era ingrassato come una camera d’aria. A San Martino, quando i norcini avevano da girare più dei cani da caccia, Baldo non si decideva ancora dopo diciotto mesi di pastura. Pensava di tirarlo fino alla soglia dei due quintali e s’immaginava continuamente il grasso profumato che si andava ispessendo, la carne che cresceva. Calcolava a occhio il numero di bondiole, salami e soppressate che si sarebbero ottenute e ogni volta concedeva un’altra settimana di vita a Mussolini. E poi c’era l’orgoglio di avere una bestia così. I negozianti l’avrebbero comprato seduta stante e ogni tanto ci provavano venendo a vederlo e facendolo prillare a pacche nel culo per guardarlo meglio finché non si ribellava e cominciava a girare in tondo col suo verso stridulo.

“Veh, Mussolini…”

Dall’Orietta non si sentivano nemmeno più le carte cadere sui tavoli.

“Ma Baldo era fascista?” chiese il commesso del consorzio agrario che era venuto a stare in paese da poco. Gli rispose una risata.

Baldo era stato partigiano nel distaccamento don Pasquino della quarantasettesima Garibaldi comandato da Osvaldo. Comunista da sempre. Come gli altri che erano lì quel giorno e mica potevano immaginare che i norcini si tirassero dietro uno di fuorivia più giovane, uno di Corniglio che aveva trafficato con la brigata nera. E poi, nel ’52, le passioni erano ancora carne viva e in molti c’avevano i moschetti pronti in solaio. Togliatti infiammava le piazze e la polizia fascista faceva macelli. C’era poco da ridere, allora.

Fatto sta che Baldo aveva chiamato il maiale Mussolini in spregio al duce. “Un nimel cmè lu”, un maiale come lui, diceva ammirandolo. Più s’ingrossava, più diventava forte, più si mostrava prepotente nello stabbio, più c’era gusto ad ammazzarlo. Anche se la faccenda andava per le lunghe e ormai stava arrivando la fine di novembre con la neve che era già venuta a sporcare le strade un paio di volte senza fermarsi.

“E’ proprio il ritratto del duce” diceva Baldo agli altri. “C’ha la testa grossa come lui”.

“Testa di cazzo” sibilava Guarnieri che era il più incarognito di tutti per via del padre ammazzato dai fascisti.

“Ho sempre detto che è una storia di politica” alzò la voce Rocchi. “Una storia tutta politica” ribadì.

Ottorino scosse la testa.

“Le cose non hanno mai un verso solo” borbottò. “Nei temporali, a far danno, non c’è solo l’acqua…”

“Sto con quello che è saltato fuori al processo” ribadì Rocchi.

“I processi non la raccontano mai tutta. Prendono una piega e ci vanno dietro: è più comodo” ribatté Ottorino con scetticismo. “Non hanno parlato di quella storia di donne…”

Se ne parlava nelle osterie anche il alta val Parma, ma più che altro erano pettegolezzi, sussurri. Però di quelli insistenti come la musica dell’organino della sagra. Quando Bocchi era stato ammazzato sotto il portico di Baldo e le chiacchiere avevano cominciato a girare, si diceva che Osvaldo s’era presa una colpa non sua e che c’entravano la politica e le donne. Poi, dal modo in cui era stato ammazzato, si capiva che tutto quello non bastava e che in mezzo dovevano esserci state anche altre rogne rimaste a lungo a covare. Bocchi, infatti, sembrava un San Sebastiano. Gli avevano trovato almeno una ventina di buchi fatti con l’osso del cavallo che serve per annusare i prosciutti stagionati, tanto che sembrava l’avessero davvero saggiato da capo a piedi. Il colpo mortale, però, ce l’aveva nel petto: una pugnalata vera, di coltello, dritta al cuore come avevano fatto con Mussolini e tutti i maiali passati all’arma bianca dei norcini.

Parlandone a babbo morto, va detto che Bocchi se l’era un po’ cercata. Se vai a macellare un maiale a casa dei comunisti nel ’52, e c’hai un passato nero, come minimo te ne stai zitto. Ma Bocchi era così, uno che non si rassegnava al fatto del tempo. O forse c’era andato apposta. Qualcuno la chiamava fedeltà, altri idiozia. Certo non era stata una gran mossa quella di far l’offeso e parlare a mezza voce quando a Mussolini era toccato di morire gemendo. Già gli altri l’avevano fiutato molto prima, quando Osvaldo aveva cominciato a tirare madonne rivolgendosi al maiale con un mucchio di frasi feroci.

“Adesso ti impicchiamo per i piedi Mussolini… Qui è come in piazzale Loreto… Spezziamo le reni al testone… Stasera ci mangiamo il tuo sangue fritto… In culo alla brigata nera!”

A Bocchi erano già scappate due o tre parole che erano finite negli orecchi di Guarnieri.

“Te, mi stai andando su per una braga” gli aveva detto con un ringhio. Ma poi la cosa era finita lì perché Mussolini aveva cominciato a strepitare sul prato quando Baldo l’aveva preso per le orecchie e gli gridava: “Sta fermo rotto in culo d’un duce!” mentre “al long”, Brighenti, un norcino alto con la faccia triste di Manolete e la sigaretta Alfa che gli pendeva perennemente da un angolo della bocca, infilava l’uncino in gola alla bestia che strillava come un perno grippato tirando indietro, tanto che “al long” si era piegato tutto come un ramo di salice.

L’altro norcino, Brenno Casoni detto “puleggia” perché era tondo e rapido che sembrava il volando della trebbiatrice, gli aveva alzata la zampa anteriore destra e gli aveva infilato sotto il lungo coltello “corador” fino al cuore. Mussolini era crollato immediatamente sul grasso della pancia. L’avevano lasciato per un po’ a sbattersi sull’erba guazza in un laido coro di insulti e di cancheri rabbiosi.

“Crepa Mussolini!” gridavano contro il povero maiale preso a metafora.

Bocchi era rimasto zitto anche al momento di tagliare le mezzene. Li aveva lasciati sfogare nell’aia, tra vino e sangue che avevano lo stesso colore. La bestia era stata impiccata per i piedi ai pioli dello scalone del fienile, poi squartata e sgozzata affinché il sangue colasse tutto dentro il paiolo di rame. Quindi era stata svuotata delle interiora che sarebbero servite per la trippa e per contenere la carne dei salami, poi erano stati tolti gli altri organi. Baldo aveva sollevato il fegato: “Stasira eg magnema al fideg!” Stasera gli mangiamo il fegato. A Mussolini, quell’altro, naturalmente.

Bocchi aveva incassato in silenzio. Si sentiva già un sorvegliato speciale e gli sguardi lo tenevano sotto tiro come carabine. Così avevano tagliato il maiale, che della bestia non si buttava via niente. Neanche le ossa, prima leccate ben bene dai cani e poi vendute a uno che andava di aia in aia a raccoglierle per farci il concime.

Sul bancone si erano così accumulati i pezzi nobili e le frattaglie: i salami fatti coi ritagli pregiati, la coppa col sopraspalla, la pancetta con la parte più grassa sottopelle, la soppressata con gli scarti più grassi cotti fino a scindere lo strutto e soprattutto i prosciutti con le cosce rifilate e guarnite di sugna. Era stato allora che tutto era precipitato. Guarnieri li aveva sollevati come trofei e aveva esclamato: “Guardateli, non sembrano Mussolini e la Petacci?”

Non era chiaro quello che aveva detto Bocchi in quel momento. Al processo era saltato fuori solo che si trattava di un grave insulto, ma le testimonianze furono molto confuse. Certo è che doveva essere qualcosa di parecchio offensivo se anche il collegio giudicante di una magistratura in larga parte rimasta di fede fascista, aveva riconosciuto a Osvaldo l’attenuante della provocazione. Pare che Bocchi avesse sibilato: “Cla vaca ed vostra medra”, quella vacca di vostra madre.

Da qui in poi ci si deve accontentare del racconto di Osvaldo che risulta agli atti del processo a cui, peraltro, nessuno crede. Osvaldo era il più vecchio e il capo partigiano che comandava tutti i protagonisti di questa storia. Si dice che lui, essendo stato a lungo il responsabile in tempo di guerra, si fosse preso la colpa con lo stesso spirito di quando combatteva la brigata nera e quelli della “Hermann Goering”. Ebbene, Osvaldo aveva detto al giudice, in una confessione somigliante a un comizio, che Bocchi, dopo tutte le schifezze commesse dai suoi camerati, li aveva insopportabilmente insultati sfidandoli. E che lui, testimone solo pochi anni prima delle torture e degli assassini subiti dai compagni, non poteva sopportarlo. Così aveva preso la tibia del cavallo che serve per annusare i prosciutti stagionati dicendo a Bocchi che avrebbe nasato quel che aveva dentro e che, stando a ciò che pareva da fuori, doveva aver solo un mucchio di merda. Osvaldo l’aveva inchiodato per una ventina di volte e alla fine, ormai cieco d’ira, l’aveva “corato” come era appena accaduto con Mussolini. Di più non gli era uscito di bocca. I giudici provarono anche a incriminarlo per autocalunnia, ma alla fine non saltò fuori nient’altro che quel suo racconto e si decisero così a condannarlo. Lui, del resto, era andato incontro al suo destino con fierezza. Alcuni dicevano con la stupidità della disciplina comunista.

Anche il caso si era messo in mezzo e aveva fatto deflagrare la lite. Quell’insulto sfuggito a mezza voce, Bocchi che quel giorno doveva essere da un’altra parte, quella combriccola di bolscevichi che non si aspettavano di avere un fascista tra i piedi e soprattutto quei due prosciutti: Mussolini e la Petacci. Le donne… In questa storia c’entravano più della politica, secondo alcune voci. Anch’esse partivano da Osvaldo, dalla sua passione per il ballo, forte come quella per la bandiera rossa e lo sten. Girava tutte le feste paesane, estate e inverno e spesso lo si vedeva su a Corniglio anche con la neve alta fino alle orecchie. Di donne ne aveva sempre, anche di giovani. Con loro era deciso, determinato come in battaglia e raramente gliene scappava una. Compresa la moglie di Bocchi di cui si diceva che avesse mordente da vendere e, come trivialmente si sussurrava in val Parma, le piacesse molto “mettere il duce a villa Torlonia”.

Osvaldo con donne così, ci andava matto e se c’era da battagliare, non si tirava indietro. Con la moglie di Bocchi pareva avesse battagliato spesso fino a un po’ di tempo prima del fatto. Anche in questo caso c’era di mezzo un maiale. O meglio, una “sana”, una maiala che non figliava più e siccome era di razza nera anche lei, l’avevano chiamata proprio Petacci.

Quella di dare ai maiali nomi di fascisti era una consuetudine nelle valli dell’Appennino dove la guerra aveva seminato più morti. Era rimasta nell’aria una minacciosa ansia di vendetta che si sfogava nel rito cruento della macellazione. Ma nel caso della Petacci la rivalsa aveva preso un’altra strada. La bestia aveva due cosce che pesavano quattordici chili l’una appena staccate e tutti dicevano che sarebbero diventate prosciutti memorabili. “Il long” e “Puleggia” le avevano salate e lasciate per due settimane sulle assi ad assorbire la concia, poi erano tornati per valutare quanto sale si era sciolto nella carne e le avevano fatte attaccare ai travetti della cucina perché asciugassero. A metà inverno erano state trasferite in camera da letto al freddo asciutto, sopra il comò con le foto di famiglia e a primavera, col sole di marzo, esposte al sole nelle ore calde al riparo dalle arie cattive della Bassa. Ogni tanto Osvaldo saliva a tastarle, le annusava, le spiccava dal chiodo e le soppesava con voluttà sensuale. Erano davvero un paio di prosciutti straordinari e la sera si addormentava nel loro profumo sognando feste paesane dove si mangiava e beveva e c’erano donne allegre. In uno di questi sogni era comparsa la moglie di Bocchi e gli era subito piaciuta tanto che al mattino s’era svegliato invaghito.

Il marito, mica l’aveva mai visto. Lui non frequentava le balere. La moglie, invece, era una indiavolata e quando gli era capitata tra le braccia in una mazurca, aveva sentito che aveva il fuoco dentro. Si erano dati appuntamento ed era nata una relazione fatta di incontri sotto il portico, dentro cantine nell’odore del mosto, contro i pilastri delle barchesse o tra i filari nella bella stagione. E intanto i prosciutti compivano l’anno della maturazione, ma Osvaldo aspettava. Era un uomo paziente. Diceva che coi salumi e le donne ci vuole pazienza per ricavare il massimo. Così erano arrivati i diciotto mesi e Mussolini già scorrazzava nel bosco di Villanuova da lattonzolo. Una sera Osvaldo aveva deciso.

“Vendo un prosciutto e metto a mano l’altro” annunciò.

Ma il bello era che l’avrebbe venduto proprio alla moglie di Bocchi. L’idea era spuntata quando lei gli aveva confidato che alle elezioni il marito metteva la croce sulla fiamma del Movimento sociale italiano.

“Sarà costretto a ingoiarsela” aveva detto Osvaldo allusivo e ambiguo.

Detto fatto, si era messo in testa di vendergli il prosciutto della maiala Petacci così avrebbe dovuto ingoiarsela davvero. Ma non la croce sulla fiamma tricolore, bensì nientemeno che la morosa del duce.

“Oltre a scopargli la moglie, gli facciamo ingoiare fetta dopo fetta la sua anima nera” aveva concluso Osvaldo una sera a un tavolo dall’Orietta.

Di faccia, questo Bocchi, non l’aveva mai visto e non gliene fregava molto di incontrarlo. Gli bastava sapere che era un fascista per provare una perfida soddisfazione. Ma poi le voci, nelle valli dove tutti si conoscono, sono incontenibili e passano sottotraccia come le vene d’acqua nella terra. Di Osvaldo e della moglie di Bocchi s’era saputo in giro e si diceva che Corniglio non fosse più un posto raccomandabile. C’era persino chi diceva che il cornuto aveva organizzato una pattuglia di vecchi camerati per vendicarsi. Osvaldo non aveva paura, non ne aveva avuta nemmeno delle SS, ma forse si era stancato di suo e quella donna non gli andava più bene. Si diceva che ne avesse per mano un’altra, giù a Langhirano, che gli aveva fatto passare la smania per la moglie di Bocchi.

Fatto sta che a Corniglio non ci era più andato, ma era venuto Bocchi da lui. Senza conoscersi prima, si erano incontrati davanti alla mole imponente di Mussolini.

E’ impossibile sapere se Bocchi si fosse aggregato ai norcini apposta rinunciando a un altro lavoro. In tanti dicono di sì, che voleva prendere le misure a chi gli aveva affibbiato il marchio d’infamia del cornuto e di quello che si era mangiato la Petacci. Certo doveva sentirsi un uomo morto quando aveva scoperto che la derisione fa più danni delle pistole. E proprio per quello voleva forse lavarsi via l’onta dimostrando il coraggio di sfidare il rivale in casa sua, in quella specie di comitato centrale riunito apposta il giorno dell’esecuzione di Mussolini. Altri ipotizzano che volesse far fuori Osvaldo davanti a tutti con un gesto clamoroso di quelli che finiscono sul giornale, che poi i camerati l’avrebbero ricordato per sempre. Ma era andata diversamente e nessuno avrebbe scommesso su quell’ipotesi. Le uniche cose certe erano la morte di Bocchi e la sentenza del processo: nient’altro.

Ragionando di chiacchiere, invece, ci sarebbe anche la storia della roba. Di quella non si era saputo subito anche perché Guarnieri si guardò bene dal raccontarla. L’aveva scoperta uno dei negozianti che giravano per le valli a commerciare bestie: Guarnieri e Bocchi erano mezzi parenti e avevano battagliato per un pezzo di terra e un bosco ad Albazzano. Vecchi contrasti deflagrati di fronte al notaio e poi in schermaglie tra avvocati. Alla fine l’aveva avuta vinta la parte di Bocchi che si era presa tutto, a detta di Guarnieri comprando il giudice. E come poteva, un magistrato di fede fascista, dare torto a un camerata iscritto al partito? Così Guarnieri si era scornato, ma gli era rimasta dentro la rabbia che lui aveva sfogato in val d’Enza e in val Termina prendendo a schioppettate le camice nere. Anche dopo il 25 aprile avrebbe voluto continuare a “pulire casa”, come diceva spesso, tanto che più volte Osvaldo l’aveva richiamato alla prudenza e alla disciplina per evitare che facesse stupidate. Chi l’ha conosciuto, infatti, giura che a tirare la coltellata al cuore di Bocchi sia stato proprio lui. Anche ai carabinieri era parso subito strano quel corpo forato in tante parti da colpi non mortali e poi finito da una coltellata decisa, inequivocabilmente tirata per uccidere. Un cambio d’arma che suggeriva l’idea di due differenti volontà, di due rabbie di diversa misura.

Osvaldo aveva preso fin dall’inizio sotto tutela quel ragazzo coraggioso ma irriflessivo e, si diceva, che anche quella volta l’avesse coperto tirandosi addosso la colpa. Lui non era vecchio, ma ne aveva già viste abbastanza. L’altro sembrava ancora nuovo al mondo, aveva due figli piccoli e forse, agli occhi di Osvaldo, doveva apparirgli lui stesso come un figlio. Quello che forse aveva voluto ma che la guerra e il tempo speso in politica gli avevano impedito di avere. Comunque, nessuno può sapere se questa storia c’entra davvero col fatto di Bocchi. Che c’entri o no, c’è e ne va tenuto conto. Come del fatto che anche fra compagni bollissero vecchie rogne per la ragione che Osvaldo, a un certo punto, aveva manifestato simpatie per Bordiga e la cosa non era andata giù alla federazione provinciale. Si diceva che fosse caduto in disgrazia, ma che rappresentasse una figura troppo importante per essere tolta di mezzo facilmente, con un semplice procedimento. D’altro canto, proprio per il suo ascendente, Osvaldo stava diventando troppo pericoloso. Insomma, c’era chi dietro il fatto di Bocchi aveva visto una macchinazione politica per tagliare fuori il vecchio comandante partigiano. La pugnalata al cuore del fascista era stata una pugnalata anche a lui perché era finito in galera, lontano dai giochi negli anni migliori e quando era uscito la partita non aveva più storia. Ecco perché si era andato a seppellire nella Bassa modenese a inscatolare mattonelle, laddove non sapevano molto di lui ed era semplicemente “al pramsan”, il parmigiano.

Che poi fosse stato proprio Guarnieri a tradirlo in quel modo, facendo trascendere una lite o avviandola di proposito sapendo che Osvaldo sarebbe stato il principale sospettato per fatti privati e anzianità politica, sembrava paradossale, ma forse per questo la gente vi attribuiva credito. Da che mondo è mondo, tutti credono più alle favole che alle verità. Specie quando i protagonisti si dileguano lasciando solo una scia di ombre. Anche Ottorino, che pur ha sentito spesso lo zio parlare del fatto di Bocchi, ha la testa confusa e non sa più distinguere nettamente i fatti dall’esorbitante invenzione che si sono tirati dietro. Dopo la ramanzina a Zurlini dall’Orietta, anche lui non ha più voluto parlare di quella storia. Assiste indifferente al racconto della vicenda e al suo trasformarsi progressivo senza più reagire, arreso di fronte all’ineluttabile. Del resto era tutto scritto fin dall’inizio. Non era una finzione, una truce rappresentazione, quel maiale nero ammazzato sull’aia di Baldo? Mussolini. Tutto era cominciato il giorno che Baldo aveva detto: “Domani ammazziamo Mussolini”.

 
Si ringrazia la regione Emilia Romagna per la gentile concessione del racconto 'Mussolini' pubblicato nella raccolta 'Il gusto del delitto' edita nel 2008 da 'Leonardo publishing'.

venerdì 22 ottobre 2010

Racconto: Giada - di Elena Giorgiana Mirabelli

Riprende con questo racconto di Elena Giorgiana Mirabelli la rubrica che Blogolonelbuio dedica alla nuova narrativa. La storia in questione, pur avendo ancora qualche sbavatura stilistica, ha il merito di possedere una struttura lineare chiara che riesce a far comprendere in maniera puntuale la trasmutazione psicotica di ciò che apparentemente sembra una normale storia d'amore omosessuale (mettendo da parte dunque quel bisogno spasmodico di esplicitare a ogni costo i dettagli). Elena Giorgiana ha il merito di saper giocare sapientemente con le immagini sostituendole alle parole, e questa è una virtù non da poco.



Immagine di Minjae Lee (Renokim - Greno)

Giada

di Elena Giorgiana Mirabelli

Ti ho amato molto. Ho amato il tuo odore di borotalco misto a vaniglia, i tuoi vestiti da bimba perbene, il tuo sguardo così dolce da rendere tutto lo zucchero filato del mondo simile al caffè amaro. Ti ho amato come nessun'altra, Giada. Ricordo il giorno del nostro incontro, eri così, immobile, e io ti ho riconosciuta, ho saputo che eri ciò che mi era sempre mancato. Le tue gote rosse, la tua pelle come trasparente, sapevo che non avrei mai potuto fare a meno di te.
Poi le serate, i miei monologhi, e tu lì a riempirti di me, dei miei toni sempre variabili. Hai sopportato i miei sbalzi d'umore, le instabilità, le mie incongruenze. Eravamo uniche.
Mi turbava il tuo modo di guardarmi, indifferente. Eri sempre lì, immobile, e mi guardavi come se volessi cogliermi in fallo. Mi sembravi altezzosa e pensavo che il tuo atteggiamento fosse parte di un tuo preciso disegno, come a volermi forzare in una direzione, lungo un bordo.
Ho sempre cercato di essere alla tua altezza, ho sempre cercato di compiacerti regalandoti il mio tempo, donandomi completamente. La tua indifferenza mi straziava il cuore, come quando ti ho regalato quel completino intimo di cotone rosa e merletti. L'avevo fatto io. Ogni notte, per più di due mesi. Tu dormivi e io cucivo, curva in salotto per due ore a notte. Avevo scelto la stoffa e il colore con cura. L'ultima notte ricamai la tua iniziale. Da parte tua nessun entusiasmo né meraviglia. Mi fissavi con quegli occhietti azzurri e spenti in cui vedevo tanta malinconia.
Ho iniziato a pensare ossessivamente a come potessi rendere quegli occhietti felici e pieni di vita. Ti ho riempita di regali, nastri, bracciali, una volta anche degli orecchini. Ma non li hai mai usati. Credevo di colmare il tuo vuoto.
Non mi hai mai dato una carezza, mai una parola gentile. Le poche volte in cui sono riuscita a razionalizzare ho pensato di essere una povera stupida innamorata. Come può una persona normale accettare tutto questo? Mi chiedevo. Come può dare tanto, stupirsi dei propri slanci affettivi e accettare di ricevere uno stupido “flap-flap”? Perché, lo sai, l' unica e sola risposta ai miei slanci era il “flap-flap” delle tue ciglia, maliziosa e crudele creatura. Mi rispondevo che era giusto così, che la tua sola presenza mi appagava e che non potevo pretendere oltre.
Ricordo il nostro primo bagno assieme. La schiuma alla vaniglia, le candele profumate, io che frizionavo il tuo piccolo corpo. Io lasciva e vogliosa, tu rigida ed egoista. I miei capelli scuri, i tuoi biondi, così biondi da sembrare irreali. Noi completamente diverse, nei caratteri, nelle fisionomie, eppure così legate e armoniche.
Ricordo il nostro viaggio a Parigi. Il nostro primo anniversario. Avevi un minuscolo cappello di paglia viola, i riflessi del sole sulle tue ciocche bionde. Ricordo gli sguardi di stupore divertito di chi ci incrociava per strada. Ti ho baciata a lungo. Eri piccola e profumata.
Ricordo che ti ho chiesto se le mie attenzioni ti avessero procurato imbarazzo, tu, come sempre, mi hai solo guardata, nessun altro cenno, ho dovuto prenderti per le spalle. Ricordo la tua testa inclinarsi a lato e poi ancora quel “flap-flap”. Il tuo solito modo di sbattere le ciglia, come una bambina che si diverte a fare i dispetti.
Mia madre non ha mai accettato la cosa.
"Devi curarti, mi ripeteva".
"Non ne vedo la ragione, le rispondevo Non ha mai capito. Non ha mai capito il nostro amore".
Certo, non ti sei mostrata affettuosa, certo sono io quella degli slanci, Giada, non tu. Io ho creduto nel nostro rapporto. Profondo e fuori da ogni schema.
E lo credo ancor di più ora, ora che sei andata via.
Mentre seguo il tuo corpo ormai morto sento che non riuscirò a sopportare la tua mancanza.
Inizio ad odiare i ricordi che ci appartengono. Li odio per il dolore che mi procurano. So che non c'era equilibrio alcuno, che ero io ad amarti, Giada. Ero io a sezionare il nostro rapporto, io cucivo i tuoi vestiti, io pettinavo i tuoi capelli, e tutto per vederti felice, per vedere nei tuoi occhi il brillio.
So che tu non avresti mai potuto ricambiare, che tutto si riduceva alla tua presenza. Sei sempre stata un'egoista, forse anche incapace di amare, ma ho sempre creduto che le cose potessero mutare.
Sei morta tre giorni fa. Sono sola qui di fronte al tuo corpo freddo, che poi realmente caldo non lo è mai stato. Sei morta per colpa mia. È stata colpa mia. Non potrò mai perdonarmelo. Avevo preparato per te la torta alla marmellata di lamponi, la tua preferita. Sei morta che era il tuo compleanno. Indossavi il vestito di raso verde mela. Eri bella. Come il primo giorno. Tu e il tuo viso perfetto, tu e i tuoi occhietti malinconici. Ti ho abbracciato con forza e tu hai perso la testa. È rotolata giù sul pavimento. Fra le mani il tuo corpicino, profumato e liscio. Un corpicino profumato e liscio e verde mela. La tua testa dai riccioli dorati lì sul pavimento freddo. Il nastro fra i capelli. Il tuo ultimo “flap-flap”. E per me il buio.


Elena Giorgiana Mirabelli: Nata a Cosenza nella primavera del 1979. Laureata in Filosofia della Mente. Ha curato il volume "I segni delle norme" per la Carocci nel 2009. Ha frequentato il Master Holden. Al momento è impegnata nella stesura della tesi di dottorato. E in tutto questo è impegnata nella ricerca di un posto nel mondo. Non le piace molto descriversi, perché sa quanto sia difficile farlo
 
il suo indirizzo mail è: el3ttraster@gmail.com

giovedì 8 luglio 2010

Racconto: Un tappo nelle nuvole - di Cynthia Collu

Oggi pubblico un racconto di Cynthia Collu dal titolo Un tappo nelle nuvole. E' la storia del piccolo Tommaso e della sua solitudine, ma non solo. E' una storia fatta di depressione, frustrazione, infelicità. Cynthia ha una scrittura elegante, al tempo stesso semplice e in grado di commuovere. C'è poco da aggiungere: leggere la sua prosa fluida è un vero piacere. Buona lettura!





Un tappo nelle nuvole

di Cynthia Collu


Tommaso si stava annoiando. Il sole era già alto e lui cominciava ad aver fame. Quanto ci mettevano, questa volta?
Si ficcò le mani nei pantaloncini da bagno ed esaminò il castello di sabbia davanti a sé. Aveva retto bene durante la notte, solo la merlatura della torre era crollata. Ci cacciò dentro un piede e poi lo sollevò di forza. La torre franò all’istante e i contrafforti del castello caddero miseramente. Tommaso prese un legno e con quello finì di abbattere la costruzione, poi livellò per bene la sabbia; infine si lasciò cadere a terra supino. Allargò le braccia e le ruotò come se stesse nuotando a dorso. Una nube di minuscoli granelli riempì l’aria pungendogli il viso.
Si alzò per esaminare la figura che aveva disegnato per terra. L’angelo non gli era riuscito bene, la testa e il corpo erano troppo esili e un’ala, quella destra, era più piccola, come rattrappita. Tommaso si grattò un gomito poi, con un sospiro, si lasciò cadere di nuovo all’indietro.
Restò immobile a fissare il cielo. Era terso e luminoso come il mare che aveva davanti - solo due nuvole solitarie lo attraversavano. Tommaso seguì con lo sguardo la più lontana. Sembrava promettere bene. Cambiava aspetto con una lentezza esasperante, ma lui non aveva fretta, finché le persiane della sua camera non si fossero aperte aveva tutto il tempo che voleva.
La nuvola era di forma ovale; al centro, uno sprazzo di cielo azzurro premeva per guadagnare spazio. Tommaso socchiuse gli occhi e aspettò. Lentamente la macchia azzurra aumentò di volume, e la nuvola assunse l’aspetto di un cerchio concentrico. Certo, non era un anello perfetto come quelli che formava suo padre col fumo delle sigarette, ma per lui andava bene ugualmente.
Prese dalla tasca una pistola immaginaria e mirò il buco. “Pum!”, sussurrò. “Pum, pum!”
Ripose la pistola nella tasca e aspettò.
La nuvola non si scompose. Tommaso chiuse gli occhi e si figurò di avere tra le mani un tappo immenso. Con quello avrebbe tappato il buco nella nuvola, e la macchia azzurra sarebbe finalmente scomparsa. Certo, se ci fosse stato lì suo padre non avrebbe avuto bisogno del tappo, suo padre era un gran tiratore, avrebbe sparato diritto nel cuore della nuvola, e l’avrebbe dissolta.
Tommaso sbuffò. Si voltò sul ventre per guardare la casa. Le persiane della sua cameretta erano sempre serrate. Per un po’ le osservò cercando di spalancarle con la forza dello sguardo, poi, con un gesto di stizza, tornò a fissare il cielo.
Una volta suo padre aveva estratto la pistola davanti a lui. Con la sigaretta aveva formato un anello di fumo – un cerchio quasi perfetto che si muoveva pigramente verso Tommaso - poi aveva mirato al cuore dell’anello. “Pum!”, aveva esclamato, e ridendo aveva riposto la pistola nella fondina. Tommaso c’era rimasto male. Aveva sperato che suo padre sparasse, spesso gli sentiva dire che aveva una mira infallibile, che durante una rapina alla banca aveva estratto la pistola e con un colpo solo aveva centrato la gamba del criminale in fuga.
Mise la mano al fianco e accarezzò la pistola, indeciso se provarla ancora contro la nuvola. In quel mentre un rumore lo fece voltare: le imposte della sua camera, con un colpo secco, erano state aperte.
Si alzò e attese. Poco dopo un uomo apparve sulla soglia di casa; era di corporatura minuta, aveva i capelli radi e lo stomaco prominente. Scorse Tommaso e gli fece un cenno di saluto. Tommaso rimase immobile. L’uomo mise una mano in tasca e tirò fuori un pacchetto di sigarette. Ne accese una e fece uno sbuffo di fumo.
Pum, pensò Tommaso.
Ehi, piccolo, vieni qua!” Tommaso esitò. “Vieni, dai, di che hai paura?“
Tommaso mise un braccio dietro la schiena e si grattò adagio una scapola. Sporse in fuori il ventre e si dondolò sui talloni, in attesa che l’altro rinunciasse a parlargli e se ne andasse.
Come ti chiami?” continuò l’uomo. Tommaso rifletté se era il caso di dirglielo. Con gli altri non gli era mai capitato di dover intrattenere una conversazione.
Tommaso”, disse alla fine.
Dai, Tommaso, vieni qui che ho una cosa per te.”
Tommaso pensò che se lo accontentava se ne sarebbe andato via prima. Gli si avvicinò tenendo sempre il ventre ben teso per dimostrargli che non aveva paura di lui.
Da vicino l’uomo era meno antipatico. Gli occhi azzurri sorridevano cordiali, e la faccia piena di rughe era più interessante di una carta geografica. Tommaso alzò il viso, guardandolo dritto negli occhi. L’uomo scoppiò a ridere.
Tieni, ometto”, disse. Mise una mano in tasca e ne tirò fuori un lecca-lecca gigante a forma di Gatto Silvestro. Tommaso spalancò gli occhi. “Si può mangiare?”, chiese. L’uomo rise ancora. “Si può mangiare tutto. Baffi compresi.”
Finì di fumare e spense la sigaretta sotto i piedi. “Ciao, piccoletto”, disse, “spero di vederti ancora.” Gli strizzò l’occhio e si avviò verso la macchina parcheggiata poco lontano. Era una vettura sportiva, in vernice metallizzata color argento. Tommaso ascoltò il rombo del motore che si avviava, poi osservò l’automobile fare retromarcia e immettersi nello svincolo davanti a casa. La seguì ancora con gli occhi finché non la vide sparire dietro a una curva. Ficcò in tasca Gatto Silvestro ed entrò in casa.
Passò velocemente davanti alla camera matrimoniale. A lui non sarebbe piaciuto dormire in quella stanza; dalla grande finestra si vedevano la macchia mediterranea estendersi a perdita d’occhio e, in lontananza, le montagne con le rocce a forma di scultura. A lui non piacevano le montagne, né le rocce dalla forma inquietante. La sua camera invece dava sulla spiaggia. A lui piaceva addormentarsi con il mare accanto. Anche sua madre voleva stare lì quando doveva incontrarsi con gli uomini. Una volta gli aveva detto che da quella finestra poteva vederlo e segnalargli il momento del rientro ma Tommaso era convinto che anche lei preferisse stare lì per il mare.
La porta del bagno era aperta. La madre si stava rivestendo e gli dava le spalle. Tommaso vide che aveva una calza smagliata, e per un attimo pensò di dirglielo. Poi si allontanò silenziosamente ed entrò nella propria stanza.
Il letto era sfatto, le lenzuola giacevano in parte a terra, in parte ammucchiate accanto al cuscino. Tommaso si avvicinò, considerandole assorto per qualche minuto, poi allungò una mano.
Che fai? Non toccare!”
La madre era sulla soglia e lo fissava con disgusto.
Invece di star lì come uno scimunito vieni in cucina a darmi una mano! O forse non hai fame?”
Tommaso alzò gli occhi, trasognato, e per un attimo sembrò considerare anche lei come parte dell’arredo. “Ho tantissima fame, mamma”, disse infine.
Allora fila subito in cucina”, ribatté la madre.
Si voltò per uscire ma poi cambiò idea. “Il letto te lo sistemo dopo”, disse in fretta.
Alla parola letto il suo tono era cambiato, c’era stato un singulto, quasi un intoppo della lingua, poi la voce si era ammorbidita. Ma a Tommaso non era sfuggito l’inizio di balbuzie.
Non m’importa”, le rispose. Voleva dirle che a lui non interessava il letto disfatto e la camera in disordine, che tutto andava bene lo stesso, ma la madre fraintese. “Che vuol dire che non t’importa? E invece ti deve importare, devi tenerci all’ordine. Hai sei anni, ormai!”
Si guardò nervosamente in giro poi, dopo un’ultima occhiata alle lenzuola, si allontanò in fretta. Tommaso le trotterellò dietro. Fissava la calza smagliata, indeciso ancora una volta se avvertire la madre. Lei ci teneva moltissimo ad essere in ordine, ma dopo l’accenno di balbuzie Tommaso temeva la sua reazione. Ogni volta che gli uomini lasciavano la casa diventava nervosa, poi, d’un tratto, iniziava a balbettare. Sembrava che la balbuzie le procurasse molta sofferenza, perché improvvisamente diventava cattiva, diceva cose terribili il cui senso in gran parte sfuggiva a Tommaso, ma che lo lasciavano sempre pieno di vergogna.
In cucina aprì il cassetto della credenza e osservò le posate, riflettendo su quante ne doveva prendere. Prima c’era stato quell’uomo, quindi era probabile che il padre non venisse a pranzo; ma la madre non aveva accennato niente al riguardo. Alla fine si risolse a tirare fuori tre forchette e tre coltelli. Li appoggiò sul tavolo, salì su una sedia, aprì lo sportello della credenza e ne estrasse tre piatti, e con quelli tra le mani scese, prestando attenzione a non cadere.
La madre gli gettò un’occhiata di sfuggita.
Oggi tuo padre non viene a pranzo”, disse. Gli tolse dalle mani un piatto e lo ripose nella credenza. Poi prese forchetta e coltello e velocemente li fece sparire in fondo al cassetto.
Tommaso non replicò. Sperava solo che lei non iniziasse a balbettare.
La madre si fissò la gonna sgualcita e con un gesto nervoso ci passò sopra le mani. Poi si rassettò la maglietta. Mentre si dava un colpetto veloce sui seni arrossì.
Oggi ti preparo le patatine fritte”, disse senza guardare il figlio, “sei contento?”
Lo sguardo finalmente si fermò su di lui, come a chiederne l’approvazione.


Tommaso guardò il cielo. Il sole stava per nascondersi dietro le montagne e presto sarebbe diventato buio. Diede l’ultimo colpo di paletta al castello e si sollevò, esaminando con circospezione la torre. Sembrava solida, avrebbe retto bene durante la notte.
Tese un piede e ne saggiò la resistenza. Sì, poteva andare. Con un sospiro piantò il manico della paletta davanti all’entrata del suo maniero. Sarebbe stata un ottimo baluardo contro gli attacchi del nemico.
Era proprio un bel castello, le finestre della prigione erano costruite con rametti di ginepro, e dieci ossa di seppia correvano lungo la base delle mura, rafforzandole. Tommaso gonfiò il petto. Avrebbe mostrato il suo lavoro al padre, che sarebbe stato orgoglioso di lui.
Prese il secchiello e si avviò verso casa. In quel mentre si accorse che la madre era affacciata alla finestra e che lo stava fissando. Si fermò e si grattò pensieroso una natica, poi fece oscillare il secchiello avanti e indietro. Forse, se glielo avesse chiesto, lei sarebbe uscita ad ammirare la sua opera. La madre distolse lo sguardo e Tommaso si decise a percorrere i pochi metri che lo separavano da casa.
Notò subito che non indossava più le calze smagliate. Si era cambiata anche la gonna e si era raccolta i capelli sulla nuca. Il padre la preferiva così, ma spesso la madre si presentava a tavola senza essersi neanche pettinata. Però, dopo aver incontrato gli uomini, lo accontentava. Si pettinava con cura e si metteva persino un rossetto pallido sulle labbra. Questo consolava Tommaso per aver dovuto lasciare la sua camera a degli estranei.
Papà ha telefonato che arriverà per cena”, disse d’un tratto la madre continuando a guardare fuori della finestra.
Una pausa.
Ricordati che non devi dirgli niente del signore che è venuto oggi.”
Sì”, disse Tommaso.
E’ un segreto tra noi due, ricorda.”
Sì”, ripeté Tommaso. Glielo diceva sempre, tutte le volte che gli uomini venivano. Sempre la stessa frase.
Lei sembrò non credergli, perché subito proseguì. “Il lavoro che sto facendo durerà ancora un po’, poi magari riesco a lasciarlo. Ancora un po’, e la finisco. ”
Tommaso questa volta non disse niente.
La madre si girò finalmente a guardarlo. Sembrava spaventata da qualcosa.
Non dirò niente”, rispose in fretta Tommaso.
Incrociò le dita, le portò alle labbra e con aria solenne le baciò.

Quella notte lo svegliò il pianto della madre. Piangeva a tratti, lamentandosi come un animale ferito. Il padre le parlava con rabbia, a voce bassa, ma nel silenzio ogni parola ingigantiva e arrivava nitida alle orecchie di Tommaso.
Non mi vuoi più toccare”, diceva la madre, “ti faccio schifo.”
Smettila. Lo sai che non è per quello.”
E allora, perché non proviamo?”
E’ tardi. Voglio dormire.”
Una volta non mi avresti detto ch’era tardi. Ti faccio schifo.”
Smettila, sono stanco. Voglio dormire.”
Sono diventata orribile.”
Basta. Tu sei fissata.”
Davvero? Sono sei mesi che non facciamo niente.”
E’ un periodo così. Può succedere.”
Solo a te succede.”
Che vuoi dire?”
Niente.”
Che vuoi dire? Parla!”
Le mie amiche. Ai loro mariti non succede mai.”
Hai parlato di questo alle tue amiche?”
No. Ma loro raccontano.”
Se scopro che hai fatto una cosa simile io ti rovino. Mi capisci? Ti rovino!”
La madre riprese a piangere. Un mugolio sordo interrotto da brevi singhiozzi. Tommaso si tappò le orecchie. “Smettila“, pensò.
Allora è perché ho abortito. Dillo che è per quello.”
Basta.”
Non ce l’avrei fatta con un altro figlio.”
Non ti accuso di niente.”
Tu lo volevi.”
Non ti ho mai accusata di niente.”
Dopo l’aborto non mi hai più cercata.”
Basta. Sono stanco.”
Sei un vigliacco. Dillo una buona volta che è per quello che non mi cerchi più.”
Il padre non rispose. Tommaso sentì le molle del materasso che cigolavano, lo scatto dell’interruttore, poi l’odore della sigaretta accesa arrivò fino a lui. Immaginò il padre formare un enorme anello di fumo. Prese la pistola al suo fianco e mirò.
Va bene. Parla, se ne hai voglia. Almeno dopo potrò dormire.”
Non potevo farcela con un altro figlio.”
Invece con questo ce la fai.”
Sei cattivo.”
Volevi abortire anche di lui.”
Sei cattivo.”
Volevi liberarti. Per fortuna Tommaso è qui.”
Non capisci. E’ orribile vedersi deforme.”
Tu sei malata.”
E’ orribile sentire che un altro occupa il tuo corpo.”
Smettila. Non eri così solo in gravidanza.“
Di nuovo una pausa. Poi il padre disse, “Non ti ho mai visto dargli una carezza.”
La madre non rispose. Ci fu un lungo silenzio, poi il padre riprese.
Non è solo per l’aborto.”
Ancora silenzio, poi per la seconda volta le molle cigolarono. Tommaso riconobbe il respiro affannato della madre che si alzava. Udì dei suoni attutiti, come pugni dati sul materasso, poi qualcosa sbatté provocando un violento rumore. Un grido. Di nuovo rumori soffocati. Tommaso immaginò i genitori lottare silenziosamente mentre cercavano di colpirsi a vicenda. D’un tratto il padre lanciò una bestemmia. Ci fu una pausa, poi la madre urlò.
Di nuovo silenzio.
Tommaso scese con circospezione dal letto e uscì in corridoio. La camera matrimoniale era proprio davanti alla sua. Rimase immobile a guardare il vano della porta, con le orecchie tese. Dapprima udì solo il battito del suo cuore, poi riconobbe il ticchettio del grande orologio appeso al muro. Fruscii di animali nella macchia. Latrati di cani in lontananza. Nient’altro.
Si allontanò proseguendo sino in cucina. Nel locale c’era pochissima luce, ma lui andò con sicurezza verso una sedia appoggiata contro il muro; sopra, sistemata con cura, c’era la divisa del padre.
Vide subito la pistola; penzolava dallo schienale, all’altezza della giacca. Tommaso si grattò con forza un braccio, poi di scatto allungò la mano.
Sentì le strisce di cuoio sfuggirgli, viscide, e lo spazio tra le sue dita si ridusse, rivelandogli che la custodia era vuota. Si deterse in fretta la mano sudata sui pantaloni. Poi rifletté. Non aveva udito nessuno sparo provenire dalla stanza dei genitori, solo il grido della madre.
Ritornò davanti alla camera matrimoniale e si mise in ascolto. Il silenzio si fondeva monotono con i rumori della casa, ma nessuno di questi gli rivelava la presenza dei genitori. Riprese a sudare, un velo denso e umido gli appiccicò la carne alle mutande, procurandogli fitte di bruciore.
Com’era la preghiera che gli aveva insegnato la nonna? Era stato un po’ di tempo prima, quando la madre era andata in ospedale e il padre non aveva potuto tenerlo con sé. Corrugò la fronte, nello sforzo di ricordare.
Angelo di Dio, che sei il mio custode… governa e proteggi me…
Udì il cigolio del materasso e la madre che riprendeva a piangere, e d’un tratto il bruciore tra le cosce diventò insopportabile. Si toccò i pantaloni e si accorse di averli fradici di un liquido ancora caldo.
Ai suoi piedi c’era una larga pozza di pipì. Un rivolo si era già incuneato nella fessura di una piastrella e puntava, lento, verso la camera matrimoniale.



L’indiano dall’aria feroce precipitò dal letto. “Morte ai visi pallidi”, gridò. Impugnava un tomahawk affilato che lanciò sulla testa di un soldatino in giacca blu. Il viso pallido emise un gemito agghiacciante. “Maledetto pellerossa, non avrai il mio scalpo”, sibilò prima di morire.
Tommaso”.
La figura della madre si stagliava imponente contro il vano della porta. Teneva le braccia conserte, e con le dita tormentava le maniche della camicia.
Più tardi viene un signore per darmi un lavoro.”
Aagh, muoio!” strillò il viso pallido di colpo resuscitato.
Tommaso, hai capito quello che ti ho detto?”
Il viso pallido si trascinò sul pavimento, prima di finire stecchito col fucile puntato al cielo.
Tommaso… ”
Fuori fa caldo”, disse Tommaso.
Si tratta di un lavoro veloce. Una mezz’oretta e ho finito.”
Anche ieri sono uscito.”
Oggi mi sbrigo.”
No”, disse Tommaso.
La madre impallidì. “Che ti prende, è una cosa importante.”
Tommaso non le rispose. Afferrò l’indiano per il copricapo e lo fece saltellare intorno al cadavere del viso pallido. “Augh! Ora Bufalo zoppo avrà finalmente il tuo scalpo.”
Da bravo, Tommaso. Si tratta solo di una m-mezzora.”
Tommaso non disse niente. Teneva l’indiano premuto con forza sul soldatino morto, e aspettava.
Tommaso, guardami in faccia quando ti p-parlo!”
Gli si parò davanti e Tommaso abbassò il capo, aspettandosi la sberla.
Smettila”, disse lei “non ti tocco. P-prometto che non ti tocco più.”
Per tutta risposta Tommaso si rannicchiò, proteggendosi la testa con le mani. La madre mandò un grido di rabbia, poi lo colpì. La prima sberla gli urtò di striscio il braccio, la seconda gli prese in pieno la mano con cui si proteggeva la nuca. L’urto lo gettò a terra. La madre gli fu addosso.
Lo sovrastava, enorme, le spalle ampie, i seni pesanti si sollevavano e abbassavano veloci sopra di lui.
Non sopporto che mi sfidi!”, gli disse con un singhiozzo.
Tommaso avrebbe dovuto dirle “scusami mamma”, era l’unica cosa che aveva sempre funzionato, ma quella volta le parole non uscirono. La madre alzò di nuovo il braccio e lui si morse le labbra per non gridare.
Invece di colpirlo cominciò a strattonarlo. “Mi hai rovinato la vita”, gridò, “da quando sei nato non faccio che litigare con tuo padre. E’ per colpa tua se sono ridotta così!”
Lui non aprì bocca. Se si fosse messo a gridare, o peggio, a piangere, la madre avrebbe perso del tutto il controllo. Quando le succedeva lo picchiava in maniera metodica, sbuffava e tirava colpi, uno sbuffo e un colpo, un altro sbuffo e un altro colpo, a volte si allontanava, faceva un giro su se stessa, poi tornava e lo colpiva, si allontanava ancora, sembrava riflettere, poi gli era di nuovo addosso. Tommaso non aveva paura dei colpi, non erano mai così forti da lasciargli brutti segni. Era lo sguardo della madre che lo terrorizzava. In quei momenti sembrava indifferente.
Il telefono squillò. La madre s’irrigidì, poi uscì correndo dalla stanza.
Lui rimase immobile per qualche istante, poi si mosse alla ricerca del viso pallido. L’aveva perso durante la caduta, mentre il pellerossa lo teneva stretto in pugno. Vide il soldatino poco lontano, il fucile sempre puntato contro il cielo, e lo afferrò. Poi, usandolo a mo’ di sasso, cominciò a picchiare furiosamente l’indiano. “Ti massacro”, disse, “vi massacro tutti.”
Continuò a picchiare finché il fucile di plastica non si ruppe; allora prese l’indiano e lo batté contro il soldatino. Colpiva, allontanava il pellerossa, sbuffava, e di nuovo tornava a colpire. “Cattivo”, disse al viso pallido, “volevi liberarti.”
Si accorse solo allora che la madre era rientrata e lo stava fissando con gli occhi lucidi. “Era tuo padre al telefono”, gli sussurrò. Si tormentò una manica, poi si mise a piangere silenziosamente. “Perdonami”, disse.
Tommaso attese. Quella era una novità che non sapeva come valutare.
Tu non hai colpa di niente”, continuò la madre. Si sfregò le mani e poi le ficcò nelle tasche della gonna.
Una volta tuo padre mi portava fuori ogni sera. Andavamo al cinema, a ballare. Poi, con te, non è stato più possibile.”
Agitò una mano nella tasca. “Qui viviamo così isolati”, mormorò.
Alzò di scatto la testa e disse con forza, “Scusami, sono una disgraziata".
Poi lo guardò con occhi strani. “Se vuoi, oggi posso rimandare il lavoro. Posso rimandarlo per sempre.”
No, non m’importa. Quando tu vuoi, io esco”, rispose in fretta Tommaso.
La madre sbatté appena le palpebre, sembrò considerare con attenzione ogni parola, poi assentì adagio. “Mi sbrigherò presto”, disse debolmente, “e dopo ti preparerò qualcosa di buono. Li vuoi i calamari fritti?”
Tommaso rispose di sì con un cenno del capo.
Li vuoi. Piacciono tanto anche a tuo padre. Chissà, forse oggi riuscirà a tornare per pranzo.”
Tommaso alzò gli occhi, stupito. E l’uomo?, pensò. Lei sostenne il suo sguardo. “Mi ha appena telefonato che un collega potrebbe dargli il cambio, non lo sa ancora. Forse ci farà una sorpresa.”
Improvvisamente sembrò stanchissima. Si avvicinò alla finestra e guardò il mare. “Com’è calmo, oggi”, disse piano.
Tommaso seguiva ogni suo gesto in silenzio. Quando lei si voltò stettero a lungo a guardarsi senza parlare. Poi la madre tornò a fissare il mare.
Com’è calmo”, ripeté.

La macchina grigio argento arrivò rombando, e Tommaso corse a nascondersi dietro a una duna di sabbia. L’uomo fermò di colpo, poi manovrò per portare l’auto al riparo di un ginepro. Scese e si guardò in giro, infine si avviò velocemente verso la casa.
Tommaso aspettò finché non vide chiudere le imposte della sua stanza, poi si decise a uscire allo scoperto. Il sole era alto e lui aveva molta fame. Quanto era lunga mezz’ora?
Socchiuse gli occhi e cercò le nuvole. Quella mattina ce n’erano parecchie, se era fortunato avrebbe individuato quella giusta. Ne osservò una per qualche minuto, era bianca e rotonda come un batuffolo d’ovatta e forse si sarebbe aperta al centro. Dopo un po’ la nuvola si allungò a un’estremità, assumendo la forma insignificante delle altre.
Tommaso sbuffò e si mise una mano in tasca. Gatto Silvestro era diventato ormai una poltiglia appiccicosa, i colori si erano mischiati, cancellandogli i lineamenti. Prese il lecca-lecca dalla parte della cannuccia e andò verso il castello di sabbia; lì, con un colpo deciso, impalò Gatto Silvestro sulla torre. Per un po’ rimase a osservarlo squagliarsi al sole, poi lo colpì. La sostanza molliccia gli rimase incollata alle dita. Con un gesto di disgusto Tommaso cercò di liberarsene ficcando la mano nella torre. La costruzione franò subito. Tommaso trovò il legno abbandonato il giorno prima e colpì ripetutamente il castello. Continuò finché non lo rase completamente al suolo. Alla fine si gettò a terra, spossato, e guardò verso la casa. Le imposte della sua stanza erano sempre chiuse.
Mi sbrigo presto, gli aveva detto la madre.
Ed ecco, nel cielo, finalmente la nuvola giusta. Il buco era spostato in basso e rischiava di dividerla in due, ma Tommaso decise di seguirla con fiducia.
Il richiamo asmatico di un clacson lo fece sobbalzare. Avrebbe riconosciuto quel suono ovunque. Si acquattò il più possibile dietro il mucchio di sabbia e osservò la strada. La macchina del padre era ancora lontana.
Tommaso si voltò a guardare la casa. Se si sbrigava, ce l’avrebbe fatta ad avvertire la madre e l’uomo. L’uomo sarebbe riuscito ad andarsene in tempo.
Si grattò con forza il polpaccio, poi guardò il mare. La madre aveva detto bene. Era davvero calmo. Pareva una lastra di vetro.
Si sdraiò e riprese a osservare la sua nuvola. Il buco si era spostato verso il centro e ora si stava ingrandendo. Ancora un po’ di pazienza e l’anello si sarebbe formato.
Sentì la Fiat fermarsi. Era una vecchia cinquecento di cui il padre andava fiero, ma non appena mollava la frizione il motore non teneva il minimo e si afflosciava, proprio così, a Tommaso sembrava che la macchina si lasciasse cadere sulle gomme con un sospiro.
Udì la portiera sbattere, poi i passi del padre smuovere la ghiaia del sentiero che portava alla casa. Tornò a guardare la nuvola. Ecco, era quasi pronta. Una bella nuvola rotonda col buco al centro. Così l’avrebbe tappata. Avrebbe tappato tutte le nuvole bucate del cielo.
Gli spari arrivarono quasi subito. Due colpi in successione. Tommaso tremò, poi cominciò ad agitare le braccia nella sabbia come un forsennato. Pum!, disse piano, pum, pum! Il fragore assordante gli riecheggiava in testa, monotono, senza fine, e a ogni colpo lui agitava le braccia, sempre di più, sempre di più, smuovendo nugoli di sabbia che offuscavano il cielo e la sua nuvola.
Continuò a smuovere sabbia finché non ci fu più alcun rumore. Poi si alzò.
Questa volta l’angelo gli era riuscito bene, il corpo snello e le gambe diritte, e le grandi ali che riempivano tutto lo spazio, attorno. 

Cynthia Collu: nel 2007 ha vinto il premio letterario Arturo Loria e nel 2008 il Castelfiorentino. Suoi racconti sono stati pubblicati in antologie (Fiocco rosa di Fernandel) e riviste (Linus, l’Accalappiacani). Il suo primo romanzo Una bambina sbagliata è edito da Mondadori. Il suo sito è http://cynthiacollu.wordpress.com/ 

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