martedì 6 luglio 2010

Intervista a Cristiano Armati (direttore editoriale Castelvecchi): "Un libro lo si pubblica quando è bello, tutto qui"

Oggi pubblico una chiacchierata con l'amico Cristiano Armati, che è non solo un ottimo scrittore (ha pubblicato tra gli altri la raccolta di racconti "La mattina dopo" (Coniglio editore) e il romanzo "Rospi acidi e baci con la lingua" (Coniglio editore), oltre ai saggi "Italia Criminale" (Newton Compton) e Roma Criminale (Newton Compton) tutti con ottimi risultati) ma è anche il direttore editoriale della oramai storica Castelvecchi, sicuramente uno dei marchi indipendenti più interessanti del panorama letterario italiano.  

Come si diventa direttore editoriale di una casa editrice come Castelvecchi? In cosa consiste il tuo lavoro, quali sono le tue responsabilità e quali altre figure professionali operano all'interno di una casa editrice?

Lavoro nell'editoria periodica e non periodica dal 1999. In questi dieci e passa anni ho scritto per un gran numero di giornali, ho pubblicato sei libri e ne ho curati direttamente un'altra trentina. Cinque anni li ho passati come editor alla Coniglio Editore, altri cinque li ho spesi alla Newton Compton: due marchi molto diversi, che mi hanno consentito di cimentarmi sia con un pubblico di nicchia amante di tematiche quali la musica, l'eros e il fumetto, sia con un pubblico più generalista, abituato, magari, a comprare i libri al supermercato. Insieme a Dario Morgante, con cui lavoro da sempre, ho fondato e diretto prima l'etichetta Bamako (in seguito ceduta alla Coniglio), poi l'etichetta Purple Press (ora acquisita da Castelvecchi) quindi, dopo essermi fatto una cultura nel campo dell'immagine, ho rilevato "Mondo Bizzarro": una galleria d'arte contemporanea di Roma a cui abbiamo affiancato l'omonima etichetta dedicata ai libri d'arte. In tutto ciò mi sono laureato in antropologia culturale, ho imparato l'inglese, il francese e lo spagnolo e, dalla gestione del magazzino fino alle macchine tipografiche, mi sono "sporcato" le mani con tutto ciò che direttamente o indirettamente riguarda i libri, la loro scrittura, la loro composizione, la loro stampa e la loro messa in commercio. Sono stati dieci e passa anni di lavoro "matto e disperatissimo": anni dove il lavoro non è mai stato solo lavoro, ma sempre e comunque anche formazione personale, passione, quasi malattia. Ora, come direttore editoriale Castelvecchi le mie responsabilità riguardano tutto il processo produttivo: dalla scelta di un titolo fino al suo confezionamento, dalla creazione di una collana fino alla sua vendita in libreria. Per fare tutto questo sono coadiuvato da diverse figure professionali fondamentali: il direttore artistico prima di tutto (alla Castelvecchi ho con me proprio Dario Morgante), responsabile dell'immagine che i libri trasmettono all'esterno; quindi i redattori (alla Castelvecchi, capitanata da Elisa Passacantilli, ho trovato una redazione formidabile), dedicati al confezionamento del libro e "sacerdoti" della sua cura formale; poi gli editor, che seguono il mercato alla ricerca di titoli e ne curano con me la loro trasformazione in libri; per non parlare dell'ufficio stampa (diretto da Patrizia Renzi), fondamentale per la comunicazione; della direzione commerciale (Federico Pancaldi), altrettanto fondamentale per ciò che concerne le vendite; dell'ufficio diritti (gestito da Irene Pepiciello), garante di tutto ciò che riguarda i contratti con gli autori; e della rete di promozione (Vivalibri) e distribuzione (PDE), a cui spetta il compito di portare fisicamente i libri in libreria... il luogo in cui tutto, e per prima cosa il mio lavoro, verrà sottoposto al giudizio supremo: quello dei lettori.


C'è davvero qualcosa che non va nell'editoria italiana? Se sì, cosa?

Si dice sempre che in Italia si legge poco... è vero, ma si può considerare il lato positivo di una situazione penalizzante rispetto a quella degli altri maggiori paesi europei: se si legge poco, vuol dire che in futuro si potrà soltanto leggere di più! Tutto ciò in realtà sta già accadendo, per cui non ho intenzione di unirmi al coro dei pessimisti a oltranza. Poi c'è un altro discorso, che non riguarda strettamente l'editoria pur essendo fondamentale: se non ce ne siamo accorti, l'occidente sta attraversando la peggiore crisi economica dal '29 ai giorni nostri... in alcuni paesi siamo alla soglia dell'insurrezione, ovunque ci sono enormi difficoltà dovute alla carenza di lavoro e a una povertà diffusa. Se si assiste anche a una contrazione dei consumi non penso ci sia da esserne stupiti: ed è proprio questo il problema più grave con cui, al di là dell'editoria, chiunque svolga una qualunque professione sarà chiamato a fare i conti nei prossimi anni.


Come viene selezionato un libro adatto alla pubblicazione? Ci sono dei canali preferenziali che permettono ad un autore di essere letto e valutato con più attenzione rispetto agli altri?

Un libro è adatto alla pubblicazione quando è bello, tutto qui. L'idea del "bello", naturalmente, ha a che fare con una linea editoriale e con le risposte del mercato, non con un concetto astratto. Per il resto, chi vuole pubblicare deve prima di tutto scrivere: esistono una quantità di luoghi in cui ci si può mettere in luce (blog, riviste, circoli di scrittori...), ed è qui che, in linea di massima, peschiamo i nostri autori.


Un consiglio a chi vuole iniziare una carriera nel mondo editoriale sperando magari un giorno di fondare una casa editrice?

La domanda è difficile perché, in editoria, non mi pare che i percorsi personali siano facilmente formalizzabili e traducibili in un modello da seguire. Certo, è anche vero che negli anni ho visto bruciare discreti capitali da più di un editore in erba. L'errore, in questi casi, è stato un errore di presunzione: pensare di poter fare tutto da soli, quando magari, con l'assistenza di qualcuno del settore, avrebbero senz'altro ottenuto di più. Ma il problema è che chi fonda le case editrici, molte volte, è animato da un'idea astratta e utopica del libro. E, in cuor suo, crede di potersela cavare unicamente con il suo gusto personale o con la pubblicazione di qualche romanzo scritto da amici... questo tipo di persona non delegherebbe mai le scelta a un direttore editoriale, preferisce perdere decine di migliaia di euro, ma tenersi stretto il ruolo: assecondare il suo ego con il lato prestigioso di un ruolo che in realtà è estremamente duro. Il difetto di questo tipo di persone, paradossalmente, è quello di non sapersi comportare da imprenditori. E a chi volesse replicare un simile schema, visto con i miei occhi fallire moltissime volte, più che un consiglio preferisco fare un augurio: in bocca al lupo.


Credi che pubblicare racconti su blog o webzine possa essere utile ad uno scrittore alle prime armi al fine di farsi notare da un editore?

Intanto è utile a se stesso per iniziare ad esercitare il mestiere di autore: la scrittura è prima di tutto un confronto continuo con se stessi, dove il "se stesso" è un giudice implacabile, che non cede neppure di fronte alle lusinghe dei lettori, neppure di fronte a un eventuale successo. Sì ai blog e alle webzine, dunque, ma con un avvertimento: chi prende le decine di accessi alle proprie pagine per il "pubblico" si sbaglia di grosso.


Quanti scrittori esordienti pubblica in un anno Castelvecchi?

Non abbiamo un numero prestabilito di esordienti da pubblicare per forza, dipende dalla qualità delle proposte che arriveranno e dai nomi che saremo in grado di far emergere. Abbiamo già qualche autore interessante per le mani: staremo a vedere.

venerdì 2 luglio 2010

Annunciato in diretta Rai il vincitore del premio Strega 2010.

Annunciato in diretta Rai, dal Ninfeo Villa Giulia di Roma (che mostra per l'occasione per la prima volta i dipinti del letto funebre di Tarquinia), il vincitore della 64esima edizione del Premio Strega. Si tratta, a sorpresa, di Antonio Pennacchi con Canale Mussolini (Mondadori) che l'ha spuntata nel testa a testa con Silvia Avallone che si presentava con il romanzo Acciaio (Rizzoli). Dietro, in ordine sparso, Paolo Sorrentino con Hanno tutti ragione (Feltrinelli), Matteo Nucci con Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle grazie), Lorenzo Pavolini con Accanto alla tigre (Fandango).
Malgrado le polemiche dei giorni scorsi (oramai costante di ogni edizione) la festa è stata grande per Pennacchi che ha dedicato la vittoria "Ai  familiari, agli amici e ai colleghi operai".
In verità, come spesso avviene con lo Strega, anche il vincitore finale era stato pronosticato con anticipo da alcune testate (come ad esempio Affaritaliani).
Il premio dunque resta ancora una volta in casa Mondadori a dispetto di quanto detto nei giorni scorsi.

Ecco la classifica finale:

Antonio Pennachi - Canale Mussolini (Mondadori): 133
Silvia Avallone - Acciaio (Rizzoli): 129
Paolo Sorrentino - Hanno tutti ragione (Feltrinelli): 59

Lorenzo Pavolini - Accanto alla tigre (Fandango): 32
Matteo Nucci -  Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle grazie): 38

Nulle : 5

giovedì 1 luglio 2010

Gli scrittori Einaudi contro la legge bavaglio

Gli scrittori della casa editrice Einaudi firmano una lettera contro la legge bavaglio.

Una presa di posizione che farà scalpore. I piu' conosciuti autori della Einaudi, casa editrice di proprietà del presidente del Consiglio, hanno scritto un appello contro la legge sulle intercettazioni. Un gesto di rottura, considerata la posizione tiepida che Einaudi ha avuto su queste norme, anche rispetto ad altri editori 1 come Feltrinelli e Laterza. Ecco il testo e i firmatari.

Cari lettori,
Gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera si associano alla protesta di gran parte dei cittadini italiani contro il disegno di legge "bavaglio" che intende limitare l'azione della magistratura e delle forze dell'ordine, il diritto di informazione e la libertà di stampa nel nostro paese.

Questa legge, millantando di proteggere la privacy di molti, vuole salvaguardare l'impunità di pochi, stendere un velo di segretezza sulla criminalità organizzata e, contemporaneamente, reprimere ogni voce di dissenso.

Francesco Abate; Niccolò Ammaniti; Andrea Bajani; Eraldo Baldini; Giulia Blasi; Ascanio Celestini; Mauro Covacich; Giancarlo De Cataldo; Diego  De Silva; Giorgio Falco; Marcello Fois; Anilda Ibrahimi; Nicola Lagioia; Antonella Lattanzi; Carlo Lucarelli; Michele Mari; Rossella Milone; Antonio Moresco; Michela Murgia; Aldo Nove; Paolo Nori; Giacomo Papi; Laura Pariani; Valeria Parrella; Antonio Pascale; Francesco Piccolo; Rosella Postorino; Christian Raimo; Gaia Rayneri; Giampiero Rigosi; Evelina Santangelo; Tiziano Scarpa; Elena Stancanelli; Domenico Starnone; Benedetta Tobagi; Vitaliano Trevisan; Simona Vinci; Hamid Ziarati; Mariolina Venezia.

mercoledì 30 giugno 2010

Racconto - Statuto 1983 di Demetrio Paolin

Il racconto di oggi è di Demetrio Paolin e si intitola Statuto 1983.  La storia è costruita alla perfezione e le immagini descritte si aprono lentamente, una dopo l'altra, presentando infine una tragedia spaventosa che fa accopponare la pelle se unita al pensiero che si tratta di un racconto ispirato ad un episodio realmente accaduto.  Demetrio, da abile autore qual è, ci accompagna per mano, senza fretta, lasciandoci attraversare l'inferno di piazza Statuto e richiudendo, in silenzio, la porta dietro di sé.  Un racconto, a mio avviso, assolutamente da leggere.





immagine di Giorgio Mazzurega


Statuto 1983
di Demetrio Paolin

  A Giuseppe Genna che investiga questa icona vuota.


Il cinema è in via Cibrario, ma ora non esiste più.
C’è altro. Un palazzo nuovo, uffici, assicurazioni, gente che entra e esce. Piazza Statuto è lì proprio sul limitare, che dici cade. Lei non è cambiata in questi anni, la città intorno si è fatta migliore, più bella, ma questo quadrilatero attraversato dai fili del tram, incorniciato dai portici è rimasto medesimo.
Dicono che qui abbia la sua entrata l’inferno.
Per il passante che camminando da via Garibaldi ci sfocia dentro, tale diceria è a suo modo consolante: sapere dove rimane il luogo zitto d’ogni luce porta un sollievo ingannatore. Sai dove verrai stipato, dove sarai segregato, ma è un posto fisico, vero. Le cose concrete non ti tradiscono, sono e se sono, rumina il passante, non sono male. Non è male il bucato appeso ai balconi, i bambini a giocare nello spiazzo, l’alba viola del primo calore.
La distrazione è il beneficio. L’inferno sotto piazza Statuto è accettabile. Il male ha una sua ubicazione precisa: è davanti aperto agli occhi di tutti.

Quel pomeriggio tardi davano un film francese comico, dal titolo La capra. La gente aveva voglia di ridere, nel febbraio del millenovecentottantatre. Tratteneva la gioia come una donna l’uomo che viene dentro e lei lo tiene infine stringendosi, sapendo che poi sarà poco più di morte. Lo sa e si illude.
La gente fa la fila e prende il biglietto, paga le poche lire e entra.
C’è una leggera calca, le entrate sono strette e ognuno vuole trovare il giusto posto, il migliore quello che gli permetta di godersi il film in una posizione adatta allo svago e allo scopo.
I corpi si strusciano, si toccano gli uni e gli altri. I piedi si pestano e tutto uno “mi scusi, no si figuri”, la coatta prossimità dei corridoi del cinema si allarga nella sala: poltrone di velluto, tendaggi rossi e uno schermo grande. C’è posto per tutti in questa giornata.
E’ il 13 febbraio 1983 e al cinema Statuto inizia la proiezione del film .
I fotogrammi rimandano il viso di Gerade Depardieu, attore noto per alcuni film della nuovelle vougue e che proprio con questo suo ruolo incomincia il lento declino. Si muove sullo schermo seguendo la trama e la gente ride.

Intanto fuori la sera si declina all’inverno, s’acconcia come un soprabito sulle spalle di un uomo. Torino si copre di nero, le giornate ancora non durano il dovuto e la gente s’affretta alla casa e alle usate abitudini del pre-cena. Qualcuno si ferma nelle botteghe ancora aperte a prendere il pane per la sera e il latte per la colazione del giorno seguente. Altri s’attardano al bar per prendere un martini leggero o un bianco che apra lo stomaco alla fame, che la richiami dal profondo del corpo. Sono poggiati al bancone indifferenti alla notte, alla gente che si muove per le strade.
Questa indifferenza fisica è la sensazione più simile alla grazia che ognuno può sperare. S’invidia appena quello che altri hanno, ma con benevolenza sapendo che in realtà il lamentarsi è giusto un modo di esorcizzare il tempo e la sera che arriva.

Nel cinema intanto non si ha sentore di questo, le persone stanno ancora sulle seggiole di legno e velluto a godersi lo spettacolo. La gente seduta nella sala dello Statuto sta dimentica di sé, alcuni – forse annoiati dal film – dormono pure, si appoggiano alla poltrona e sognano. Uno di questi s'accuccia meglio e sprofonda. Nel sogno cammina in un luogo di luce tenue senza uno spazio preciso intorno a lui, poi leggermente si insinua il profumo delle mandorle, che lo stordisce, lo lascia torpido. Il profumo delle mandorle sale al naso, entra dalle narici e percorre tutto il canale, si infila nella trachea e scende verso i polmoni.
Nel sonno l'uomo sente il suo benessere dissiparsi. La laringe si ingrossa e l'aria gli viene a mancare e si sveglia di colpo, sbalzato fuori.

Questo è l'inferno.
Un cinema buio, le porte chiuse e il fumo di un incendio. L’uomo, ancora stupito del suo sognare, vede le persone agitarsi, pesci in un acquario. Le sue pupille s'arrossano, la sua pelle - è una sensazione tremenda tale lucidità - assorbe il gas presente nell'aria. Le porte d'emergenza sono sigillate. Stanno facendo di tutto per aprirle e forzale, ma è vano.
Il fuoco è ovunque. Le gente s’accalca una sull’altra e lui medesimo. La testa incomincia a dolergli, in maniera sempre più forte e fitta. Vede gente accasciarsi in preda a convulsioni, il respiro farsi affannoso. Stentano, qualcuno s'abbandona e sviene, si lascia cadere giù. L’uomo vede le mani appoggiate alle maniglie che stringono e poi lasciano la presa come fiori recisi.
La morte è, la morte domina silenziosa con un profumo sempre più acre di mandorle.
Lui è inzuppato e affoga. Se lo sente ora addosso il gas, vibrante sulla pelle come una muta che gli toglie ogni respiro. Una mano lo tiene giù, lo affoga nel gas. Sente i suoi arti perder forza, anche il suo respiro si fa rotto. Non ha più le forze, insensibili sono le mani, le dita non sentono quello che toccano. Il suo volto viene avvolto rapido da una spessa coltre di plastica, che gli ricaccia dentro il respiro. Le membra s'agitano, danno alcuni strattoni come i vestiti agitati dal vento e poi anche l'uomo sfinisce conservando in sé, come una vergogna impudica, il profumo delle mandorle.

Così l'hanno trovato i vigili del fuoco quando hanno avuto ragione delle porte, insieme a lui altre 63 persone morte per asfissia.
Guarda, ora prendono i cadaveri e li mettono fuori coperti da un telo bianco, i corpi ancora molli della prima morte. La morte è una schiera grigia. La morte li ha consumati, contratti negli spasimi, li ha soffocati. Ora sono al cospetto della infinita notte di febbraio: nessuno di loro è persona, essere umano, singolarità. Sono insieme massa grigia, sono medesimi, finiranno medesimi.
Sono una morte comune.
Se potessero parlare la loro nenia sarebbe dolciastra. Hanno sentito le mandorle, il loro profumo possederli. Sono morti avendo questo sentore. Si sono spenti uno accanto all'altro uno sopra l'altro, un gomitolo di braccia, gambe, brogliaccio di capelli e di schiene che non può essere districata.
Sono 31 uomini. 31 donne. Un bambino. Una bambina.
Simmetria perfetta: a vederli stesi fuori il cinema paiono uno sterminato sudario a coprire l’intera città di Torino. Coloro che sono vivi, gli occhi rossi la gola gonfia, sono assistiti da infermieri e vigili del fuoco, hanno una coperta sopra le spalle e bevono un po’ d’acqua.
Guardano il relitto del cinema bruciato e i morti.
Nessuno sa come è successo. Nessuno si capacita di come un cinema sia andato in fiamme, nessuno sa perché le porte erano sigillate. Ci saranno le inchieste, ci faranno cippi di commemorazione. La domanda che rimarrà inevasa, che ora aleggia dai morti stesi sul lastrico del marciapiede e dai vivi seduti sulla strada circostante, la domanda che sale da entrambi con voce sincrona è: perché tutto questo?
E la soglia del cinema, combusta come le ossa di un morto, risponde parole che nessuno comprende.

Hier ist kein Warum 

Demetrio Paolin classe 1974 vive e lavora a Torino. Ha scritto alcuni libri, l'ultimo si intitola "Il mio nome è legione" (Transeuropa)

martedì 29 giugno 2010

Le cose fondamentali (Einaudi) - Tiziano Scarpa

Tiziano Scarpa - Le cose Fondamentali (Einaudi, 2010)

L'amore, il potere, i soldi, la malattia, la morte. Le cose fondamentali da trasmettere a un bambino, gli strumenti indispensabili per renderlo capace di affrontare la vita, di vederla per quello che è, senza protezioni artificiali, senza illusioni o comode bugie. Il racconto potente e sincero di un padre che osserva con stupore una creatura nuova, dai grandi occhi spalancati, un piccolo alieno che ha davanti a sé infinite possibilità e tutto il tempo del mondo.
Diventare padre, trovare il proprio posto tra un bimbo e la presenza costante e assoluta della mamma, offrendo un latte diverso, che potrà essere apprezzato a distanza di anni, «il latte nero» della scrittura: Leonardo compra un quaderno e inizia a riempirlo con tutto ciò che ha compreso e imparato prima della nascita di Mario, il bambino che ha sconvolto il suo modo di sentire le cose. Mario dovrà leggere il quaderno a quattordici anni, la stessa età che aveva Leonardo quando iniziò a rendersi conto che qualcosa non quadrava, che la realtà era più torbida di come gli era stato insegnato a percepirla: «gli adulti mi tenevano nascosta la verità sulle cose importanti. Mi sono messo a scriverti per non rifare lo stesso sbaglio. Gli adulti pensavano che il mondo sarebbe crollato, se loro fossero stati sinceri fino in fondo. Io lo guardavo, il mondo intorno a me, e non mi piaceva. Vedevo che non piaceva nemmeno agli adulti. Allora proprio non capivo perchè mai lo difendessero».
Farsi strada tra «un'ondata di mamma» e l'altra, camminare nel binario tracciato dalle ruote della carrozzina sulla spiaggia, ma soprattutto guardare al futuro, con speranza e con il timore costante dell'inadeguatezza, pensare a come sarà Mario, una volta in grado di esprimersi con le proprie parole e di seguire il proprio pensiero.
Tiziano Scarpa, vincitore del Premio Strega 2009 con Stabat mater, torna nei Supercoralli con Le cose fondamentali, la storia di un padre che affronta il mistero più grande, che cerca di riordinare le proprie esperienze per consegnarle, come una mappa o uno scudo, al bambino appena nato che ha di fronte, in attesa di una inaspettata e sconvolgente verità, che metterà in pericolo l'intera costruzione: una scrittura limpida e profondissima, per un romanzo sulla forza della vita allo stato puro.
***
In occasione dell'uscita di Le cose fondamentali, Tiziano Scarpa parla del nuovo romanzo in un'intervista esclusiva, toccando numerosi temi, dalle scelte narrative al rapporto tra letteratura e tecnologia.
Il narratore di Le cose fondamentali, impegnato a trasmettere a un futuro figlio quattordicenne la sua esperienza di vita, si chiama Leonardo Scarpa. L'amico, che padre non è e che si rifugia nell'ironia per insegnare a sua volta qualcosa a Leonardo, si chiama Tiziano. Con questo gioco sui nomi vuoi instillare nei lettori il dubbio su cosa Tiziano Scarpa pensa davvero sulla paternità e sulle cose fondamentali della vita?
Tiziano Scarpa: Questa storia è raccontata con una forte immedesimazione. Sono sprofondato dentro il protagonista, nelle sue emozioni e nelle sue esperienze intensissime. Un tale coinvolgimento poteva indurre a pensare che anche le sue idee sulla vita e sulla paternità fossero le stesse che ho io. Invece è come se avessi spezzato in due il mio nome e cognome, distribuendolo ai personaggi principali, per significare che in ciascuno di loro c'è, sì, una parte di me, ma non una coincidenza totale.
L'amore materno nel tuo romanzo è senza condizioni e proprio per questo incompleto e potenzialmente soffocante nella sua meccanicità. Per essere padri bisogna inventarsi giorno dopo giorno. Pensi che ci voglia fantasia per essere padri?
Credo che ci sia bisogno di un supplemento di decisione, un restare incinti nell'animo. Alla fine, ogni padre è un padre adottivo.
Nel libro, da un certo punto in avanti, la narrazione passa senza soluzione di continuità dalla prima alla terza persona per poi ritornarci. Come mai?
Per proteggersi da un trauma troppo forte ci si oggettivizza. E poi, in alcune parti del romanzo questa oscillazione fra prima e terza persona è anche un modo per non coincidere con il proprio ruolo. È un po' come quando si cambia verbo per l'identità e la professione, dicendo «sono» milanese, napoletano ecc. ma «faccio» il barista, l'insegnante ecc.
Come altre volte nei tuoi scritti, le parole prendono la parola in prima persona a un certo punto di Le cose fondamentali, tanto che viene spontaneo chiedersi, e quindi chiederti, come vedi il tuo rapporto con esse. Possiedi le parole o ne sei posseduto?
È la prima volta che lo faccio in maniera così radicale in un libro. Ma non posso risponderti a fondo, in poche righe, sulla mia esperienza linguistica di possessione e controllo. E poi, chi può dire chi ti risponderebbe? Io o le parole stesse? Limitandomi a questo romanzo: il protagonista scopre l'inoltrepassabilità delle parole. Credeva di gettare un ponte comunicativo fra sé e suo figlio, e invece a metà del ponte sbatte contro una specie di muro di parole, rappresentato anche tipograficamente da alcune pagine tutte stipate di frasi. Un ostacolo, e anche uno specchio: le parole gli dicono quello che lui non avrebbe mai il coraggio di ammettere. È come se gli si rivoltassero contro e gli rivelassero che cosa sta facendo veramente. È uno dei punti più intensi del libro. Vorrei che fosse un'esperienza forte anche per chi lo legge.
Accanto alla paternità un altro tema appare spesso nelle pagine del tuo romanzo, il rapporto tra letteratura e tecnologia. Hai paura, come il tuo protagonista, che le parole degli scrittori zoppichino su e giù per un megavideogioco, ignorate da tutti?
Questo tema mi interessa da un punto di vista politico. La letteratura, insieme all'arte visiva - che però attualmente è troppo assoggettata al sistema dei curatori, dei galleristi ecc. - è forse l'unico mezzo a disposizione dell'individuo per diffondere la sua voce indipendente e irriducibile. Le altre opere, d'arte o di intrattenimento (cinema, tivù, musica pop, videogiochi ecc.) sono prodotti collettivi, spesso compromissori, e possono contare su un dispiegamento di apparati tecnologici incomparabilmente più sofisticati. Ma la tecnologia aggiunge, mentre la parola letteraria sottrae: non ha l'immagine. La tecnologia è un'addizione di effetti, illusioni, bonus, plus: immagine, suono, movimento, interazione, tridimensionalità… Deve offrire funzioni sempre più complesse, ricche, multiformi. Difficilmente potrà sostituire la parola letteraria, proprio perché quest'ultima non mira al superamento tecnologico, anzi, si è ante-retrocessa, lasciandosi superare in partenza, è rimasta deliberatamente indietro. Pensa al paradosso degli ebook: utilizzeremo nuovissimi aggeggi sempre più versatili per compiere un'attività monocorde e arcaica, vecchia di migliaia di anni: leggere, decifrare segni grafici statici. Certo, con gli ebook sarà possibile portarsi in tasca l'equivalente di intere biblioteche, ma l'azione del leggere parole, in sé, resta molto più antiquata di sfogliare un catalogo fotografico o guardare un programma televisivo. La lussureggiante miseria della parola si fonda proprio sulla mancanza dell'immagine, cioè su quell'attività primaria che è l'immaginazione. Immagini perché ti manca l'immagine; perché vuoi che ti manchi. Mettersi a leggere è desiderare di sentire la mancanza di un'immagine. La lettura di un romanzo è immaginazione sotto dettatura. Leonardo, il padre di Le cose fondamentali, consegna a suo figlio Mario anche questo, la facoltà di immaginare.

Per scrittori e scrittrici segnalo il blog di "Scrittori in causa"

Scrittori in causa
Mi unisco a coloro che stanno segnalando questa iniziativa. Mi pare un'idea interessante dedicata a scrittori e scrittrici, da seguire con attenzione.



"Scrittori in causa è un organismo indipendente di informazione e confronto per scrittori e scrittrici stanchi di quelle convenzioni contrattuali vantaggiose solo per l'editore, accettate acriticamente da tutto l'ambiente editoriale".

lunedì 28 giugno 2010

Intervista a Tiziano Scarpa: "Spero sempre nell'inaudito che sbaragli i giochi, le professioni, le aspettative"

Oggi propongo una piccola discussione con uno degli autori italiani più apprazzati: Tiziano Scarpa. Tra un impegno e l'altro è riuscito a trovare un po' di tempo da dedicare a blogolonelbuio e questo non può che farmi piacere.

Tiziano Scarpa ha scritto i romanzi Occhi sulla graticola, Kamikaze d’Occidente, Stabat Mater e Le cose fondamentali; le raccolte di racconti Amore, Cosa voglio da te e Amami; gli interventi civili Cos’è questo fracasso? e Batticuore fuorilegge; i libri di aforismi Corpo e La vita, non il mondo; il poema Groppi d’amore nella scuraglia e la raccolta di poesie Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto. È coautore insieme ad Aldo Nove e Raul Montanari delle cover poetiche Nelle galassie oggi come oggi. Ha scritto numerose pièce teatrali, fra cui Comuni mortali, La custode, Gli straccioni, Il professor Manganelli e l'ingegner Gadda, L'ultima casa, L'inseguitore. È autore dei radiodrammi Pop Corn, La visita e La musica nascosta. Ha pubblicato la guida Venezia è un pesce. Svolge un'intensa attività di lettore scenico delle opere sue e altrui, a teatro e non solo. Con il suo romanzo Stabat Mater ha vinto il Premio Strega 2009[1] e il Premio SuperMondello 2009. I suoi libri sono tradotti in numerose lingue, cinese compreso. Collabora alla rivista-sito Il primo amore (pubblicata anche su carta dalle edizioni Effigie) di cui è uno dei fondatori, dopo esserlo stato del blog collettivo Nazione indiana.
Per prima cosa vorrei parlare di come sono andate le cose nel lontano (ma non troppo) 1996, quando hai convinto l'editore Einaudi a pubblicare il tuo romanzo d'esordio Occhi sulla graticola . Pensi che oggi un autore in cerca di spazi possa proporsi nello stesso modo?

A me è andata così: Mauro Bersani, che attualmente dirige alcune collane nella casa editrice Einaudi, lesse i miei racconti nel 1989. Allora non lavorava ancora per nessuna casa editrice. Poi continuò a seguire quello che scrivevo, finché, alla fine del 1994, gli mandai il mio primo romanzo. Nel frattempo, Bersani era stato assunto come redattore all'Einaudi. Propose il mio romanzo per la pubblicazione. Firmai il contratto all'inizio del 1995; ci volle un anno per la pubblicazione vera e propria: Occhi sulla graticola uscì nel febbraio del 1996. Nel mio caso, insomma, ho trovato una persona generosa, interessata a leggere i miei inediti. Di generosità se ne trova ancora in giro, ma come vedi io ho avuto un colpo di fortuna molto particolare: avere come lettore dei miei inediti qualcuno che poi è entrato in una casa editrice importante. Non potendo contare sulla fortuna, consiglio altre vie di proporsi (vedi l'ultima risposta di questa intervista).

Che idea ti sei fatto delle nuove generazioni di scrittori? Quanta qualità c'è nei testi che sicuramente ti sarà capitato di leggere qua e là? Pregi e difetti.

Non ha senso parlare in generale. Di recente ho letto due esordienti molto intensi, Simona Castiglione (La mente e le rose) e Andrea Tarabbia (La calligrafia come arte della guerra), pubblicati entrambi da Transeuropa, e altri un po' più deboli. Diciamo che sono spontaneamente portato a simpatizzare con chi non ricalca formati romanzeschi risaputi ma si apre la propria strada fra i rovi e non ha paura di inoltrarsi dove non va nessuno.

Ultimamente si parla di un ritorno in auge della figura dello scrittore esordiente che fino a poco tempo fa era stata accantonata nel dimenticatoio. Molti sostengono che dall'assegnazione del premio Strega a Paolo Giordano in poi si sia innescato un fenomeno di vendita che spinge molti editori a pubblicare nuovi autori al di là della qualità del testo. Tu che per la vittoria dello Strega 2009 (con il romanzo Stabat Mater - Einaudi) hai fatto una gavetta vera, cosa ne pensi? E' un timore reale? Se sì, credi si tratti di un meccanismo di cui preoccuparsi o fa parte dei ricorsi storici?

Non mi pare che gli esordienti fossero stati accantonati nel dimenticatoio. Prima di Paolo Giordano, negli anni Duemila hanno esordito Davide Longo, Letizia Muratori, Melissa P., Alessandro Piperno, Pulsatilla, Roberto Saviano e altri autori assai letti. Io ho avuto un ragguardevole riscontro di critica e visibilità con il mio primo romanzo, ma ringrazio il cielo di non aver avuto un grande successo di vendite con quel libro. Immagino che mi avrebbe creato ansie nello scrivere i libri successivi, e forse avrebbe interferito con le mie fantasie artistiche e le mie forze creatrici. Autori e autrici veri possono venire schiacciati dalla macchina editoriale del "successo al primo colpo".

Hai un'agenzia che ti rappresenta? Credi sia importante per un autore averne una? Se ce l'hai quali sono i vantaggi e gli svantaggi?

Da cinque anni sono rappresentato dall'Ali, Agenzia Letteraria Internazionale. Si occupa di trattative che per l'autore sarebbe sgradevole condurre e di altre cose un po' noiose, che mi porterebbero via tempo, e verifica la correttezza del comportamento degli editori. In più, dà preziosi consigli sulle scelte editoriali che può fare un autore, avendo un'esperienza senza pari e la conoscenza perfetta del paesaggio reale. Nessuno svantaggio. Prima facevo tutto da solo. Avrei fatto meglio a trovarmi un agente fin da subito.

Te la senti di dare un consiglio pratico a un autore che inizia ora a cimentarsi con la scrittura e a un bravo autore che è invece in cerca della sua prima pubblicazione?

Il consiglio pratico è quello di riscrivere da cima a fondo un libro che si considera finito: non limitandosi a correggere qua e là qualche parola sullo schermo, ma proprio ricopiandolo, ridigitandolo per intero, come se invece di un computer si disponesse di una vecchia macchina da scrivere. Serve a rimettere in discussione ogni frase, rassodando il superfluo, tagliando, ma soprattutto dà risultati inaspettati: ricopiando succede che si sviluppano pagine che, prima, sembravano compiute, si trovano spunti, semi, bulbi e boccioli che se ne stavano nascosti fra le righe nonostante le riletture e che, durante la ribattitura del romanzo, sbocciano e danno frutto.
Un altro consiglio (non richiesto) è: domandati che scrittore/scrittrice sei. Un romanziere? Un poeta? Un drammaturgo? Un saggista? Un autore/autrice di aforismi? Non scrivere romanzi, sempre e unicamente romanzi, soltanto perché te lo chiede quest'epoca romanzofaga. Non snaturare una poesia, un racconto, una commedia teatrale, un saggio, facendoli diventare forzosamente un romanzo.
Ai bravi autori in cerca della loro prima pubblicazione suggerisco di partecipare al premio Calvino, e di trovarsi un buon agente letterario che proponga i loro libri agli editori.
Il premio Calvino è serio, non si lascia sfuggire gli inediti di valore. Dopo aver partecipato anch'io alla giuria in un'edizione di una decina di anni fa, e avere constatato di persona la serietà con cui è organizzato, negli anni successivi mi è capitato di suggerire a tre persone, avendo letto i loro inediti, di partecipare al Calvino, in tre edizioni diverse: ebbene, una l'ha vinto, l'altra ha ricevuto una segnalazione speciale della giuria, la terza è arrivata fra i finalisti. E, naturalmente, nessuno nella giuria del premio sapeva che avevo suggerito a queste persone di partecipare (anche perché sarebbe stato impossibile, essendo la partecipazione anonima; il nome dell'autore/autrice viene scoperto dalla giuria solo dopo aver emesso il verdetto).
Quanto agli agenti, mi sembra che oggi gli editori ascoltino quasi esclusivamente i loro consigli, la filiera editoriale si è professionalizzata. Negli anni passati ho letto un'enorme quantità di inediti, suggerendone alcuni agli editori, ma con scarsissimo successo. Da un po' di tempo ho smesso, perché, visti i risultati deludenti, ho constatato che non ne vale la pena, oltre a essere un lavoro che richiede tantissimo tempo, e io non ne ho più. Gli editori si insospettiscono, quando un autore/autrice gli consiglia di pubblicare un libro di un esordiente, pensano che lo faccia perché si tratta di amici suoi, e non perché crede spassionatamente nel valore di quell'inedito. Ti ripeto: gli editori si fidano molto di più degli agenti letterari, perché gli agenti non sono disinteressati, ci possono ricavare qualcosa dai diritti d'autore (di solito il dieci per cento), e dunque se propongono un libro all'editore significa che si aspettano che quel libro abbia delle possibilità di trovare i suoi lettori; e poi si suppone che gli agenti, i quali conoscono bene il mercato e hanno contatti con l'intero panorama editoriale, abbiano fatto a ragion veduta la scelta dell'editore, ritenendo che quello sia il più adatto per quel tipo di libro. Infine, l'agente si gioca anche la sua reputazione professionale, non può proporre un libro all'editore solo perché l'autore è un amico o per altri motivi extraeditoriali.
Io comunque spero sempre nell'inaudito che sbaragli i giochi, le professioni, le aspettative, i paesaggi, le istituzioni, i percorsi obbligati, le procedure, le trafile. Viva la scrittura!

Related Posts with Thumbnails