martedì 22 giugno 2010

Racconto: Enrico Miceli - Io sono Facebook

Il racconto di oggi si intitola Io sono Facebook ed è di uno scrittore buon amico di questo blog: Enrico Miceli. Si tratta a mio avviso di un racconto davvero di elevata qualità che sintetizza in poche battute tutta la psicosi della comunicazione virtuale (evidenziandone però al contempo anche l'impressionante capacità d'aggregazione e le infinite potenzialità offerte). Enrico è sicuramente uno dei giovani talenti che la narrativa italiana sta coltivando in questi ultimi anni e questo è un racconto che di sicuro lo dimostra, sottolineandone le ottime doti creative e la profonda capacità  d'osservazione.  





Io sono Facebook

di Enrico Miceli


La finestrella azzurrognola della chat è aperta da quasi venti minuti. Dall’altra parte un tizio che non conosco mi scrive «E’ stato un piacere parlare ancora con te dopo tutto questo tempo» e aggiunge melenso «Ciao Silvia. Un bacio».
Tipi così me ne capitano ogni giorno.
Premo il tasto invio e Silvia risponde: «E’ stato un piacere anche per me. A presto» e poi chiudo la chat.
Esco dal profilo Facebook di Silvia ed entro nel mio.
Accetto tutte le richieste d’amicizia ricevute senza badarci troppo. Poi mi stropiccio gli occhi. Devo comprarmi un paio di occhiali, lo so, mi sto rovinando la vista a furia di fissare il monitor.
«Oh, Simo!» dico dopo un po’ «Ma non ti fa ridere tutto ‘sto casino?».
«Quale casino?» avresti dovuto rispondere.
E se tu avessi risposto così, io ti avrei detto (anzi, te lo dico lo stesso): «Ma come quale casino? Tutto ‘sto casino in cui si trova impelagata la gente che non capisce un cazzo di internet. Esci fuori con la pioggia, stai nel traffico per un’ora, fai la coda per una bolletta...».
«Ah» avresti dovuto dire, e se ben ti conosco avresti aggiunto anche «sì, da morir dal ridere».
Sì, va be’, non è questione di essere vivi o morti, con le persone si può parlare lo stesso anche se non ci sono più, e mica per questo devi essere per forza un pazzo. O no?
«O no, Simo?» ti chiedo.
E sono sicuro che avresti detto: «Sì sì».
Ne sono proprio sicuro.
Poi d’improvviso mi si apre la piccola finestrella azzurrognola della chat.
«Oh Simo, vieni un po’ a vedere» ti dico.
Lo stato di questo tizio recita qualcosa come “Maestro non ti importa che moriamo?”.
«Certo che m’importa» scrivo scherzando proprio sotto il suo «Ciao!».
«T’importa cosa?» mi fa.
«Che morite. M’importa eccome :) ».
«Lo credo bene» mi risponde lui «mi spieghi cos’è ‘st’agenzia? Ho visto la pubblicità tra le inserzioni e mi sembra interessante».
Dunque. Io sono diventato il titolare di un’agenzia, questo forse non lo sapevi ancora, Simo. Il mio lavoro è molto semplice. Te lo spiego in due parole: ricevo una piccola parte dello stipendio mensile dei miei assistiti e in cambio la mia agenzia curerà, dopo la loro morte, il loro profilo Facebook. Quindi, malgrado la morte, potranno continuare ad avere relazioni con i loro contatti, stringere nuove amicizie, condividere informazioni e soprattutto potranno continuare a dire agli altri cosa fanno o pensano in quel momento. Un piccolo angolo d’immortalità, insomma, nulla di più. Che ti pare?
«Bello» avresti detto, lo so, ne sono certo.
«Già» ti rispondo.
Insomma, ora gli spiego pure al tizio cos’è ‘st’agenzia. Gli spiego l’attività per filo e per segno e quello mi risponde che va bene, poi però aggiunge: «Sì, va be’, ma che garanzie ho però che curerete davvero il mio profilo?».
«Abbiamo centinaia di clienti e siamo sul mercato da tanto tempo» gli dico «inoltre siamo un’agenzia seria. In ogni caso, se lo ritieni opportuno, puoi con un piccolo extra nominare una persona di fiducia che controlli per te che ci sia almeno un post al giorno sulla tua bacheca. La garanzia naturalmente è “soddisfatti o rimborsati”».
«E se muore anche la persona che nomino?». E daje.
«Lui potrà nominare a sua volta un sostituto e così via...» contento?
«Affare fatto». Mi dice.
Io sono soddisfatto, tu avresti sicuramente sorriso, lo so. Poi sbrigo le pratiche e un nuovo cliente entra a far parte del mio archivio.

Gli affari vanno, non mi lamento. Ho dovuto assumere un assistente e una segretaria con i quali lavoro a distanza. Giovanni, l’assistente, si occupa insieme a me di aggiornare i profili e d’intrattenere le discussioni via chat. Facciamo oramai quasi cento chiacchierate al giorno e alcuni dei nostri assistiti adesso hanno stretto amicizia e a volte si ritrovano a parlare in chat, tra loro.
«Oh Simo, non trovi che sia sorprendente il numero di amicizie che si possono fare su Facebook? Quanti amici c’ho, mille, quasi mille e cinque» io accetto le amicizie senza neppure vedere chi è che le richiede, la rete è democratica. Siamo tutti uguali di fronte alla rete. E il numero di amici aumenta a dismisura.
«Sì» mi avresti risposto, lo so «però amicizie è un termine eccessivo, non ti pare?» forse avresti aggiunto anche questo, ti conosco bene.
«Sì... però le amicizie un po’ così ci sono sempre state, no?» ti dico e tu, sono certo, avresti annuito.
Giovanni spesso esce dal suo ruolo quando i nostri assistiti chattano tra loro, e la cosa mi turba, e mi turba non poco, perché allora tanto vale che chattiamo io e lui. E’ un ragazzo che deve imparare la professionalità. Oramai è un uomo, devo ricordarmi di farglielo presente la prossima volta.
Bea invece risponde alle telefonate che periodicamente le persone di fiducia nominate dai nostri assistiti fanno. Inoltre tiene una scheda per ogni assistito e l’aggiorna ogni qualvolta una novità importante accade nella sua vita. In questo modo le conversazioni sono a tutti gli effetti vere, i post mai contraddittori e i link condivisi sempre coerenti con il pensiero del cliente.
«Sì Simo, ti giuro. Abbiamo organizzato ogni minima cosa. E’ straordinario».
«Sei il braccio virtuale di dio» mi avresti detto ridendo.
E io sono lusingato dalle tue parole.
La fidanzata di un tizio nostro cliente l’altro giorno si è fidanzata con un altro tizio, ancora vivo. La poverina pare abbia impiegato un anno per riprendersi dalla morte dell’ex ragazzo. Gino, un amico, con un messaggio di posta elettronica alla casella del nostro assistito ha fatto presente l’incongruenza: «Ah Miche’, ma con Donatella tutto a posto? No, perché ieri l’altro l’ho vista con uno... no, giusto per dirtelo... mi pareva che inciuciassero... poi boh, magari me so’ sbagliato io».
Gino è più di un anno che Michele non lo vede, però sono molto amici.
«Grazie Gi’» gli risponde Michele ­«Il fatto è che ci siamo lasciati qualche settimana fa. Mo’ aggiorno il profilo. Comunque tutto ok. Grazie ancora. Non dirle niente a Donatella».
Così Michele passa da fidanzato a single e lascia un post in bacheca con su scritto “Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. FABER”. Poi condivide il link audio della canzone di De Andrè. Questo perché Michele è uno dei ventimila fan di Fabrizio De Andrè, lo dice anche la scheda che Bea ha aggiornato. Ed è così ogni volta.
Una marea di apprezzamenti e di commenti. Michele risponde ai suoi amici come se nulla fosse, mentre io o Giovanni leggiamo la sua scheda per farlo parlare. Michele, in sostanza, frequenta ancora i suoi amici.
Poi di sera, come accade spesso, vado sul mio profilo e accetto le amicizie pensando ad altro e rispondo ai messaggi di posta e dico a tutti che andrò agli eventi a cui sono invitato, anche se poi non ci andrò. Be’... sono molto richiesto su Facebook. Poi scrivo sulle bacheche degli altri e commento i link condivisi, tanto per consolidare i rapporti. Pensando ad altro e fissando il calendario appeso al muro mi rendo conto che non distinguo bene le lettere. Vedo come appannato e sento gli occhi un po’ arrossati.
«Oh Simo, mi sa che mi devo fare un paio d’occhiali» ti dico. E tu avresti dovuto dire «E’ che stai ogni giorno davanti a ‘sto computer, passi troppo tempo su Facebook. Ti stai rovinando gli occhi». E io annuisco perché è proprio vero.
Qua i clienti aumentano a dismisura e sto pensando di assumere qualcun altro. Ho visionato un paio di curricula ma non sono ancora convinto.
Poi passo a controllare dal mio profilo le bacheche dei miei assistiti, nel caso qualcuno abbia scritto loro qualcosa.
Niente, tutto in ordine. La vita dei miei clienti prosegue come sempre, nessuna sbavatura.
E poi d’improvviso si apre la finestrella azzurrognola della mia chat, e mentre leggo «Ciao. Da quanto tempo» sgrano gli occhi stranito e poi sorrido, sorpreso e contento.
«Oh Simo!» ti dico «Ma che m’hai scritto in chat?».
E poi ti rispondo con entusiasmo spulciando incuriosito il tuo profilo. 


Enrico Miceli, nato a Cosenza il 31/10/1980. Ha pubblicato racconti su molte riviste (tra cui Linus e Colla )  e molte antologie. Lavora come giornalista e come consulente editoriale per alcune case editrici. Il suo primo romanzo si intitola Humus (Castelvecchi) ed è attualmente in libreria.Il suo indirizzo email è micelienrico@yahoo.it

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Che bel racconto!!
Mi ha fatto quasi commuovere!
Complimenti a Enrico
Valeria Buk

Anonimo ha detto...

Racconto stupendo. Poi l'idea dell'agenzia è da PAURA!

MartaC.

Anonimo ha detto...

Grazie :-)

enrico

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